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Sbagliato dare il voto agli insegnanti, meglio puntare sulla carriera

Il merito deve servire per spingere i prof a migliorarsi non per dare premi e basta

21/12/2014
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Corriere della sera

di Andrea Gavosto, direttore Fondazione Giovanni Agnelli

La Buona Scuola del governo Renzi vuole premiare il merito degli insegnanti. Il principio è in sé del tutto condivisibile, seppur nuovo per il nostro Paese, dove conta unicamente l’anzianità di servizio. Il problema della Buona Scuola è che traduce un giusto principio in una soluzione sbagliata. La proposta nella sua formulazione originaria è (o, forse, era) di dare aumenti ai due terzi dei docenti in ciascuna scuola ogni tre anni. Un’idea sbagliata per almeno due ragioni. In primo luogo, perché, invece di indurre i docenti a migliorarsi nella propria scuola, spinge esplicitamente coloro che non sono stati premiati a trasferirsi in una scuola dove vi sono insegnanti più scarsi, così da garantirsi il premio al giro successivo. Si dice loro, in altre parole: trovatevi una scuola più modesta, dove potrete eccellere. Non certo il modo migliore per far crescere la qualità complessiva dell’insegnamento. In secondo luogo, nell’ipotesi del governo il premio retributivo appare di fatto sganciato da una prospettiva di progressione di carriera. A mio parere, sarebbe opportuno abbandonare la sgangherata proposta della Buona Scuola per premiare, invece, gli insegnanti attraverso passaggi di carriera basati sul merito, chiaramente definiti e conseguibili attraverso regole certe e trasparenti. Come avviene in tutte le organizzazioni, anche nella scuola chi ha i numeri e si impegna può e deve aspirare a crescere non solo come retribuzione, ma anche come responsabilità. L’articolazione di una carriera dei docenti ha, fra gli altri, il pregio di rendere la professione dell’insegnamento più attraente per giovani laureati di valore e, in generale, portare nella scuola persone desiderose di mettersi alla prova: oggi, senza alcuna progressione di carriera e di stipendio, la scuola rischia di attirare chi aspira prevalentemente al posto fisso. I passaggi di carriera, accompagnati da un consistente aumento retributivo, devono riflettere non solo le capacità didattiche dei docenti, ma soprattutto la loro disponibilità a fornire un contributo significativo – di impegno e di tempo – a gestire con competenza le tante questioni organizzative da cui dipende il buon funzionamento di un istituto: oggi infatti la scuola richiede persone pronte ad assumere ruoli di guida all’interno di una squadra coesa. In questo modo, a differenza della proposta della Buona Scuola, si tende a creare in ciascuna scuola un nucleo stabile di persone capaci e motivate. Idealmente, i passaggi di carriera andrebbero regolati da concorsi, sulla base di criteri nazionali uguali per tutti e con un limite numerico ai promossi: per accedere ai gradi superiori, il docente presenterà un proprio articolato portfolio professionale, in cui avrà un peso rilevante al giudizio dei presidi che l’hanno osservato all’opera nella propria scuola, e dovrà dimostrare le sue qualità didattiche e organizzative. Dare una seria prospettiva di carriera ai docenti è, a mio avviso, il modo più robusto e stabile per premiarne il merito.