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Sapienza, l'altolà degli assistenti «Inaccettabile, si limita la ricerca»

Siamo tutti d'accordo sulla necessità di stabilizzare i precari dice ma bisogna trovare le risorse per farlo, piuttosto che proporre limiti di età, e garantire un maggior numero di concorsi

19/03/2019
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Il Messaggero

«Per l'età che ho e il posto che occupo, sarei uno di quelli costretti ad abbandonare l'università se le parole del viceministro all'Istruzione, Lorenzo Fioramonti, dovessero concretizzarsi anche per gli attuali ricercatori». Si passa una mano sul volto e abbozza un sorriso, Andrea Maselli, 34 anni, ricercatore di tipo Rtd A, quelli che conquistano tramite concorso un posto a tempo determinato che però non si trasforma, a fine contratto, in una stabilizzazione come avviene invece per i ricercatori di tipo Rtd B.
Nella stanza che occupa da qualche mese al Dipartimento di Fisica Guglielmo Marconi dell'università Sapienza ha da poco finito una conferenza via Skype con alcuni colleghi dell'Istituto superiore tecnico di Lisbona. Accompagna alcuni studenti alla porta, si siede e commenta: «È bellissimo credere di stabilizzare tutti i ricercatori precari ma non ci sono tanti sofismi da fare: bisogna investire fondi e risorse». Dopo la laurea in Fisica teorica, il dottorato alla Sapienza, l'assegno di ricerca conseguito in Inghilterra, più altre esperienze in giro per il mondo (Stati Uniti, Germania, Portogallo), Andrea è rientrato in Italia da qualche mese vincendo il posto come ricercatore di tipo A nel primo ateneo pubblico di Roma. «Ho letto le parole del viceministro, siamo tutti d'accordo sulla necessità di stabilizzare i precari dice ma bisogna trovare le risorse per farlo, piuttosto che proporre limiti di età, e garantire un maggior numero di concorsi». A pensarla come lui tanti altri ricercatori motore vero delle università italiane non solo sul fronte della didattica che ieri hanno letto l'intervista del viceministro rilasciata a Il Messaggero. 
«POCHI CONCORSI»Nell'aula 124 dello stesso Dipartimento, Daniele Barducci, 32 anni, ha la scrivania piena di libri e fogli su cui solo determinate persone riescono a leggere e comprendere i simboli scritti sopra. «La riforma Gelmini ha eliminato la figura del ricercatore a tempo indeterminato dividendola poi in due categorie: solo il tipo B diventa associato il problema però che non ci sono abbastanza concorsi». 
Quindi succede questo: dopo il dottorato e l'assegno di ricerca la maggior parte e i numeri lo confermano ottengono un contratto Rtd A che non dà garanzie sul futuro perché per quello di tipo B non ci sono abbastanza occasioni. «Negli ultimi 6 anni non mi ricordo prove in tal senso conclude Daniele nel 2018 ricordo appena 3 o 4 posti messi a bando per un Rtd B e una decina per il tipo A». Possono bastare? La risposta che si insegue tra i viali della più grande università italiana è pressoché sempre la stessa: «Certo che non basta e dire o a 35 anni ottieni il posto oppure lasci significa disattendere la Costituzione», aggiunge Valentina Cammarota, ricercatrice Rtd B in Probabilità al Dipartimento di Statistica. 
I LIMITIIl prossimo anno Valentina, a 38 anni, si stabilizzerà: «Ci sono dei Paesi in Europa, e penso all'Inghilterra, dove in fase di concorso le commissioni non sanno quanti anni ha il candidato perché i parametri sono altri: l'attività di ricerca svolta e il numero di pubblicazioni. Vale dunque il rendimento». Riflessione che, in maniera analoga, fanno anche diversi ordinari e presidi di Facoltà. Il professor Stefano Asperti, da anni alla guida di Lettere e Filosofia, commenta: «È pericoloso pensare a dei limiti d'età. Io divenni associato a 34 anni, ma erano tempi diversi. Il viceministro ha ragione nel dire che c'è una classe di giovani preparati da stabilizzare ma il problema atavico è che il sistema Paese non riesce ad assorbirli». «Bisogna conclude Asperti aumentare le risorse, che sono insufficienti, creare delle prospettive con i concorsi e trovare degli spazi eventualmente interessanti e spendibili sia per la ricerca che per la didattica per i giovani che hanno ultimato l'assegno di ricerca, ricordando sempre che la formazione è fondamentale e richiede tempo».
Camilla Mozzetti