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«Rientriamo in classe, la scuola non si fa online»

School for future», la protesta degli studenti e «Priorità alla scuola» davanti agli istituti

14/11/2020
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il manifesto

Roberto Ciccarelli

IL’idea è semplice e può diventare una pratica diffusa: ogni venerdì gli studenti delle scuole costretti a stare a casa e fare la didattica a distanza si ritrovano davanti agli ingressi e davanti ai cancelli delle loro scuole e partecipano per un’ora alle lezioni fatte dai loro professori online sui loro Pc e smarthphone con un Wi-Fi in condivisione. La nuova protesta ha l’obiettivo di chiedere il ritorno in classe con la didattica in presenza e sottolineare come la scuola sia un’esperienza non riducibile alla trasmissione di una lezione frontale su uno schermo.

È SUCCESSO ieri in tutto il paese da Roma a Milano, Firenze, Torino, Faenza, Bologna e Ancona. A Napoli, dove tutte le scuole sono chiuse da metà ottobre, c’è stato un flash-mob spettacolare con i banchi in piazza Plebiscito a formare la scritta «No Dad», visibile dall’alto. «È incredibile che ci siano profumerie aperte, ma le scuole chiuse» ha detto una studentessa a Milano dove ogni domenica genitori e figli faranno lezioni nei parchi pubblici.

«SCHOOL FOR FUTURE»: questo è il nome della protesta che vuole essere corale e di massa contro la babele di inefficienze e propaganda dal governo alle regioni ai danni della scuola, ultima a riaprire e prima a richiudere. La protesta riprende il nome del movimento ecologista «Fridays for future» nato dalla studentessa svedese Greta Thunberg che sciopera per il clima ogni venerdì davanti alla sua scuola. L’idea è stata promossa da «Priorità alla Scuola», il movimento dei genitori e docenti che si batte per un sistema sicuro di tracciamento negli istituti e fuori, per la medicina scolastica e la creazione di nuovi spazi, la stabilizzazione dei docenti precari necessari per insegnare nelle nuove classi. Nessuna di queste richieste è stata ascoltate dal governo che ha avuto sei mesi per creare un’organizzazione di emergenza e evitare, com’è accaduto nell’ultimo mese, di rimettere milioni di studenti davanti a uno schermo.

LA NUOVA mobilitazione contro la didattica a distanza è avvenuta sui gradini del ministero dell’Istruzione in viale Trastevere a Roma due settimane fa. Quella che ha dato visibilità alla mobilitazione è stata la scelta di Anita, una studentessa di 12 anni che ha protestato nell’ultima settimana davanti all’Istituto Comprensivo Tommaseo-Calvino di Torino con una compagna di classe. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina l’ha chiamata al telefono: «Sto facendo tutto il possibile per tenere le scuole aperte e permettere anche ai più grandi di rientrare, tenendo conto della situazione epidemiologica» ha detto.

«SAREMMO FELICI che la ministra chiamasse anche noi – ha detto ieri Alessandro Del Giglio del liceo Gioberti di Torino – Siamo delusi dal comportamento del governo, del ministero dell’Istruzione e dei Trasporti. Questa estate è stato fatto poco o niente. Secondo noi si sarebbero potute fare tante cose tra cui quel che avevano promesso come gli interventi di piccola edilizia, il cambio degli infissi all’interno delle classi, nei bagni. Noi in succursale abbiamo dei piani con due bagni per 180 studentesse». «Alcuni continua Del Giglio – non hanno i dispositivi adatti per studiare. Molti aspettano ancora i computer da parte della scuola per riuscire a non seguire la lezione da uno schermo. Alcuni non hanno la connessione e usano i dati del telefono che finiscono e non si possono più collegare».

LE PROTESTE avvengono in un momento particolare in cui il governo che ha chiuso una parte delle medie nelle zone rosse-arancioni e tutte le superiori sostiene di volere tenere aperte le classi. Una posizione contradditoria sostenuta ancora ieri dal premier Conte in un video-colloquio con il segretario Cgil Landini. «Dobbiamo essere franchi sulla scuola, la ricerca e i dati dicono che non sono focolai di diffusione dei contagi». «C’è un valore della didattica in presenza», «abbiamo dato un segnale nelle zone rosse», dove il governo ha lasciato andare sui banchi i ragazzi della «prima media: mandarli a casa sarebbe stata una grossa perdita. Cerchiamo di mantenere questo presidio». Dopo un incontro con Azzolina ieri il Cts ha confermato: resta tutto uguale. Ogni venerdì, il «presidio» lo faranno gli studenti fuori dalle scuole. Per rientrarci sul serio.