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Ricercatori, via libera a 861 contratti «Ma sono solo briciole»

Dando attuazione alla legge di Stabilità, la ministra Stefania Giannini annuncia il via libera alle risorse per portare il numero di ricercatori di tipo b dagli attuali 700 a più di 1500. Ma non basta: sono 10 mila i ricercatori fuggiti per mancanza di fondi negli ultimi cinque anni

20/02/2016
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Corriere della sera

Valentina Santarpia

Via libera al piano straordinario per il reclutamento di 861 ricercatori universitari. Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini ha firmato il decreto che dà attuazione a quanto previsto dalla Legge di Stabilità 2016. «Si tratta di un’importante iniezione di risorse che consentirà, entro l’anno, di portare il numero di ricercatori di tipo b (tenure track) in servizio presso le Università statali dagli attuali 700 a più di 1.500 - spiega il Miur in una nota -. Si parla di ricercatori che le Università potranno poi confermare come professori associati dopo il contratto triennale». Lo stanziamento previsto è di 47 milioni per il 2016 e di 50,5 milioni a decorrere dal 2017 e copre anche il cofinanziamento per il passaggio al ruolo di professore di II fascia qualora, al termine del triennio, i ricercatori risultino in possesso dell’abilitazione scientifica e abbiano ricevuto la valutazione positiva da parte dei loro atenei. «Con la Legge di Stabilità abbiamo ricominciato ad investire nel nostro capitale umano - dichiara il ministro Giannini -. Il piano per il reclutamento straordinario di ricercatori di tipo b è un primo importante segnale, insieme allo sblocco del turn over dei ricercatori di tipo a, e ha l’obiettivo di portare energie nuove nella ricerca universitaria. I ricercatori di tipo b, con questo intervento, saranno più che raddoppiati. A questo piano si aggiungono le risorse che abbiamo stanziato per 500 cattedre di eccellenza e i fondi aggiuntivi per il reclutamento straordinario di professori di I fascia».

Diecimila in fuga

Ma si tratta di briciole, rispetto alle esigenze della ricerca in Italia. Come rivelano i dati Istat, la scarsità di finanziamenti costringe i dottori di ricerca a un esodo forzato: se a inizio secolo i laureati che lasciavano l’Italia erano circa il 12%, negli ultimi anni sono il 30%, e l’esodo dei dottori di ricerca è raddoppiato solo negli ultimi tre anni. E se è vero che la Legge di Stabilità consente di rinnovare i contratti in scadenza fino al 31 dicembre, il rinnovo è però a carico dell’Università e non tutti gli Atenei se lo possono permettere. Così negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso 10 mila ricercatori. Per dare un’idea della scarsità di fondi in Italia rispetto al resto d’Europa, l’Università di Harvard da sola riceve finanziamenti pari alla metà delle risorse spese dall’Italia per tutto il sistema accademico italiano, che sono circa 7 miliardi. Tant’è vero che quando, la scorsa settimana, proprio Giannini ha provato a «intestarsi» le 30 borse di studio su 302 concesse all’Italia con il bando dell’European Research Council, è arrivata la polemica di una delle dirette interessate, Roberta D’Alessandro, che ha studiato a Cambridge, in Inghilterra, e ora lavora a Leida, in Olanda. Basterebbe anche solo aumentare il contributo economico ai borsisti e ai dottorandi- è assurdo che un giovane che gestisce progetti da un milione e mezzo, arrivi a prendere a malapena 1500 euro al mese- per invertire la rotta.

Cgil: «La spesa è la più bassa tra i Paesi Ocse»

«La ministra Giannini dovrebbe fare una severa autocritica rispetto allo stato della ricerca e dei ricercatori nel nostro Paese», rileva anche Domenico Pantaleo, segretario generale della Federazione lavoratori della conoscenza Cgil. «In Italia la spesa in ricerca e sviluppo è dell’1% del Pil, tra le più basse tra i Paesi Ocse, abbiamo il minore numero di ricercatori in Europa e non si investe in ricerca di base. I salari dei ricercatori sono bassissimi e il rinnovo del contratto nazionale è bloccato dal 2010, la precarietà dilaga in tutti gli enti di ricerca e nelle università, diventa sempre più complesso perfino garantire la prosecuzione di progetti strategici per il Paese tra norme burocratiche, mancanza di governance e inadeguatezza di programmazione e risorse. Per queste ragioni molti ricercatori sono costretti ad andare via, disperdendo il patrimonio di giovani talenti che potrebbero contribuire allo sviluppo del paese», conclude Pantaleo, invitando la Giannini a cambiare davvero «verso alle politiche del governo sulla ricerca pubblica».