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Ricerca, la valutazione non è quantità

Possiamo legittimamente richiedere con forza criteri diversi e più conformi alla «natura» specifica delle singole discipline. Ma potremmo anche affrontare il problema in un modo diverso, ponendo l’accento su ciò che accomuna tutti i saperi.

09/03/2021
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Corriere della sera

di Paolo Carafa

Caro direttore, le recenti considerazioni di Ernesto Galli della Loggia mi hanno spinto a riflettere sul tema cruciale della valutazione della ricerca e dei suoi ambiti di applicazione. Insegno Archeologia Classica in Sapienza Università di Roma, in un Dipartimento che è stato ed è classificato nei livelli più alti dei ranking mondiali (primo per studi classici e decimo per archeologia). Per questo, mi confronto ogni giorno con il problema di realizzare ricerca di qualità nell’ambito delle discipline umanistiche, sottoponendomi agli attuali strumenti di valutazione. Si tratta di strumenti imperfetti e perfettibili, lo riconosciamo in molti. Ma al momento essi non sembrano ancora sostituibili con altri, migliori, più efficaci o più adatti a definire il valore dei prodotti della ricerca nell’ambito delle scienze umane. Così, sembra prevalere un criterio di valutazione essenzialmente quantitativo che mortifica o penalizza interi ambiti disciplinari.

Possiamo legittimamente richiedere con forza criteri diversi e più conformi alla «natura» specifica delle singole discipline. Ma potremmo anche affrontare il problema in un modo diverso, ponendo l’accento su ciò che accomuna tutti i saperi. La senatrice a vita Elena Cattaneo, nella lectio magistralis tenuta in occasione dell’inaugurazione del nostro Anno Accademico (il 25 febbraio 2021) ha ricordato: «la scienza in tutte le sue declinazioni, umanistiche e scientifiche, si compie solo nel momento in cui non resta un fatto individuale, ma diventa quell’ impresa conoscitiva che ha dimensioni e ricadute sociali di cui siamo parte, per conto e su mandato di istituzioni e cittadini». E ancora: «dove c’è scienza i membri di una società possono dialogare, mettere a confronto competenze e obiettivi, rimuovere barriere, i cittadini si possono dotare di strumenti per comprendere la realtà, per decidere senza farsi ingannare, per competere apertamente e liberamente ad armi pari. Non c’è davvero nulla nella scienza che non possa essere spiegato a un cittadino o a un rappresentante dei cittadini nelle nostre Istituzioni». Interpreto queste parole come un invito a cercare la qualità del nostro lavoro in una comunicazione culturale che si basi sulla trasformazione delle conoscenze specialistiche, da noi così faticosamente trasmesse e definite, in sapere collettivo. Se i nostri prodotti della ricerca rappresenteranno questo, potremo anche contarli, semplicemente, perché essi conterranno «qualità».

L’aspirazione

Trasformare le conoscenze specialistiche, da noi così faticosamente trasmesse e definite, in sapere collettivo

Probabilmente, rispetto a studiosi di altri ambiti umanistici, per un archeologo è più facile comunicare la propria conoscenza, perché i suoi documenti sono entità materiali: reperti ed edifici. Il loro trasformarsi nel tempo ci permette di ricostruire la storia di città e territori rivelata dal susseguirsi dei diversi paesaggi. Lo abbiamo fatto con l’Atlante di Roma antica, curato da Andrea Carandini con me, e stiamo preparando un Atlante del Lazio antico. Ma forse anche documenti meno «materiali» - norme, opere letterarie o musicali - possono essere considerati frammenti di realtà da comprendere, ricostruire, narrare e condividere.

Docente di Archeologia Classica università La Sapienza di Roma


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