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Ricerca di base, svolta indispensabile

Perchè occorre investire

03/06/2021
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Corriere della sera

di Roberto Sitia

La cronica scarsità degli investimenti in ricerca e sviluppo, da troppo tempo largamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati, e la carenza di opportunità per giovani talenti sono cause del declino del nostro Paese. Per frenare la caduta, occorre investire in ricerca, subito: il programma Next generation Eu non solo consente, ma impone di farlo, tramite nuove modalità che mettano a frutto in modo coraggioso quanto imparato dai recenti avvenimenti. La pandemia ci ha ricordato che non tutte le grandi sfide che ci attendono sono prevedibili. Per non farsi trovare impreparati, è necessario saper investire in ricerca e in particolare nella ricerca fondamentale. È la ricerca di base che, libera da vincoli e guidata dalla sola curiosità scientifica, permette l’acquisizione di nuove conoscenze che la ricerca applicata potrà concretizzare in vari campi tecnologici. Si racconta che al primo ministro che gli chiedeva a cosa sarebbe servita la corrente elettrica alternata che aveva da poco scoperto, Michael Faraday abbia risposto: «Non lo so signore, non ci ho ancora pensato. Ma sicuramente lei la tasserà...». La storia ci insegna che molte sono le grandi scoperte apparentemente guidate dal caso, ma in realtà dovute alla curiosità di grandi scienziati. Fleming non gettò nella spazzatura le colture batteriche che non crescevano più quando contaminate da funghi, ma volle capire perché ciò accadesse, e scoprì gli antibiotici. Röntgen non si lamentò quando vide che l’immagine fotografica di certe particelle era stata «rovinata» dalle falangi della moglie che la reggeva. Ne intuì le possibili applicazioni, e rivoluzionò la medicina con la radiologia.

Per comprendere l’importanza della ricerca fondamentale, possiamo prendere spunto dal sistema immunitario e in particolare dalla risposta anticorpale, selezionata nell’evoluzione per proteggerci dalle malattie. Grazie a meccanismi di ricombinazione genetica largamente casuali, ognuno di noi produce centinaia di miliardi di anticorpi diversi e pronti per l’uso. Questo vastissimo repertorio immunologico è un notevole investimento, apparentemente infruttuoso visto che non ne usiamo che una piccolissima parte. Ma è proprio questo investimento a garantirci la sopravvivenza. Infatti, il futuro è aperto: nuovi virus compaiono ogni anno, e quelli già esistenti generano varianti continuamente. Per non farsi cogliere impreparato, il nostro sistema immunitario produce anticorpi anche contro molecole che non esistono (ancora) in natura. «Ma che spreco!», commenterebbe un ministro della ricerca ossessionato dalla immediata applicazione di ogni nuovo sapere. «Smettiamo di consumare energie per risolvere problemi che non abbiamo e concentriamoci sui tanti che già ci affliggono!». Questa sarebbe una scelta strategica catastrofica. Nuovi virus che oggi non conosciamo potrebbero evolvere e colpirci domani. Chi non avrà gli anticorpi capaci di contrastarli, anticorpi che fino a poco prima sembravano «inutili», soccomberà.

Oculatezza

La pandemia ci ha ricordato che le grandi sfide spesso non sono prevedibili: conviene farsi trovare preparati

Così come il nostro organismo si prepara al futuro costruendo un vasto repertorio anticorpale, così scienziati e ricercatori generano unità di sapere. Anche se non di utilizzo immediato, queste conoscenze vanno a costituire il repertorio culturale e tecnologico che permette alla società di affrontare sfide oggi non prevedibili. Il sistema ricerca deve produrre conoscenza originale e innovativa che può non servire oggi ma essere risolutiva domani. Senza il lavoro caparbio e in parte incompreso di molti scienziati, non saremmo stati in grado di ideare e sviluppare vaccini efficaci e sicuri entro pochi mesi dalla comparsa del Sars-Cov2.

È fin troppo ovvio che sia la ricerca di base sia la ricerca finalizzata hanno bisogno di ricercatori ben preparati e competitivi. La loro formazione e il loro sostegno diventano pertanto punti centrali per il nostro Paese. Perdiamo giovani scienziati di primissimo ordine, anche perché il sistema raramente finanzia ricerca non finalizzata a questa o quella malattia. Non dimentichiamo che scoperte fondamentali per l’oncologia, come ad esempio gli anticorpi monoclonali, sono arrivate da scienziati che non studiavano il cancro. Se vogliamo guardare al futuro con ottimismo, dobbiamo credere che investire in conoscenza sia sempre un investimento redditizio, anche se la ricaduta non è immediata. Dobbiamo generare un ampio e robusto repertorio primario di conoscenze e ricercatori riconoscendone il ruolo essenziale, innanzitutto economicamente, ma non solo. Non perdiamo l’occasione di creare un sistema ricerca capace di guardare lontano, attrarre i migliori talenti da tutto il mondo e generare sapere, la vera ricchezza di un Paese come il nostro.


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