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“Ribaltiamo gli stereotipi Così mi batto per la parità nel mondo della ricerca”

Adriana Albini, unica italiana tra le 100 donne più influenti scelte dalla Bbc

30/11/2020
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la Repubblica

dal nostro corrispondente Antonello Guerrera LONDRA — «Le donne danno fastidio, tanto. Soprattutto ai piani alti. Per questo, nel campo della ricerca scientifica, dagli anni Ottanta mi impegno per annullare questi stereotipi. Ce la possiamo fare». La professoressa Adriana Albini è nata a Venezia, ha 65 anni, un curriculum scientifico ammirevole, due figli, l’hobby della scherma. Da qualche giorno, però, è anche una delle “cento donne più influenti al mondo della Bbc”, nonché l’unica italiana nella prestigiosa lista.

Luminare della ricerca sui tumori, tra le altre cose Albini è oggi docente di Patologia generale all’Università di Milano-Bicocca, direttore del laboratorio di biologia vascolare dell’Irccs MultiMedica e direttore scientifico della Fondazione MultiMedica onlus.

È per questo che la Bbc la considera una delle donne più influenti al mondo, unica italiana, dottoressa Albini?

«Non so se sia influente o meno. Di certo, ho ricoperto altri incarichi di rilievo anche in passato, come presidente della Società Italiana di Cancerologia e poi della Società Internazionale per lo Studio della Metastasi, faccio parte del board della American Association for Cancer Research. Ogni giorno cerco di spiegare l’oncologia e gli studi in questo campo. Allo stesso tempo, mi impegno per aumentare la sensibilità sulla rappresentanza femminile nella ricerca. Ho fondato anche l’associazione Top Italian Women Scientists, per rappresentare le donne più citate nella ricerca medica».

Perché oggi le donne sono poche nel settore?

«Non in numeri assoluti, anzi le ricercatrici sono tantissime, in Italia e nel mondo. Il problema è quando si arriva in cima alla piramide. Purtroppo molto spesso il curriculum non conta e gli uomini hanno sempre la preferenza a capo di istituzioni scientifiche, ricerca o studio, nonostante qualche eccezione, come in Bicocca e le sue due rettrici consecutive».

Qual è il problema, ancora oggi?

«Le donne di carattere vengono percepite come aggressive, perché esulano dallo stereotipo femminile. Se una donna avesse un piglio “alla Trump”, non verrebbe mai accettata alla guida di un’istituzione scientifica.

Mentre un uomo sì. Bisogna ribaltare gli stereotipi e ci sto provando da decenni oramai, anche nel direttivo dell’associazione Women in cancer reasearch, con l’idea di fare formazione per le donne nel campo della leadership».

Le cose quindi non sono migliorate nemmeno negli ultimi anni?

«No. Sono peggiorate direi, almeno a livello dirigenziale. E non solo in Italia, anche in Germania, Stati Uniti… Qualche giorno fa è stato pubblicato addirittura su Nature un articolo su quanto fosse importante un “tutor uomo” per le ricercatrici. Le ho detto tutto…».

Sono necessarie le “quote rosa”, secondo lei?

«Sì, anche se sono una combattiva. Anni fa ero vicedirettrice dell’Istituto di Tumori di Genova ma sono andata via, verso Milano, perché c’era un tetto di cristallo insormontabile. L’altro giorno mi arriva un comunicato stampa dell’ospedale Gaslini e nel cda non c’era neanche una donna.

Purtroppo, se non si è obbligati con le quote, si trova sempre una scusa affinché le donne non ricoprano ruoli di vertice. Non possiamo più permetterlo».