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Repubblica-Il governo senza soldi non può fare le riforme

Il governo senza soldi non può fare le riforme I soli cambiamenti davvero avviati riguardano il presidente del Consiglio e i suoi sodali Certamente così non si placa la delusione delle imprese ...

07/04/2002
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la Repubblica

Il governo senza soldi non può fare le riforme

I soli cambiamenti davvero avviati riguardano il presidente del Consiglio e i suoi sodali Certamente così non si placa la delusione delle imprese
I conti pubblici non vanno bene e anche gli impegni assunti un anno fa dalla maggioranza si rivelano sempre più aleatori Il centrodestra rischia di entrare presto in sofferenza
(SEGUE DALLA PRIMA PAGINA)
EUGENIO SCALFARI

I sondaggisti più seri, a cominciare da Mannheimer, segnalano un calo di fiducia imponente del governo, il cui indice di gradimento sarebbe sceso al 45 per cento.
Se questi elementi di novità trovassero conferma nelle prossime elezioni amministrative di fine maggio (nove milioni di elettori chiamati alle urne) la coalizione di centrodestra entrerebbe in sofferenza molto prima di quanto fosse stato previsto e l'opposizione trarrebbe l'alimento che finora le è mancato per varare un credibile programma alternativo nel campo delle riforme economiche, sociali e istituzionali.
Siamo insomma ad un tornante della situazione politica. Ma prima di approfondirne l'analisi vediamo le cifre in discussione relativamente all'andamento del bilancio, dell'allocazione delle risorse e dello sviluppo del reddito.

***
Secondo le stime preliminari del Tesoro, il fabbisogno del mese di aprile sarà di 14 milioni di euro che, aggiunti a quello accumulatosi durante il primo trimestre, porta a una cifra complessiva di 37 miliardi: in vecchie lire siamo a 70.000 miliardi, superiori di 16.000 miliardi al fabbisogno dell'analogo periodo del 2001.
Lo scostamento è cospicuo ma non ancora drammatico; inoltre i primi mesi dell'anno sono di solito appesantiti dai "trascinamenti" provenienti dalla gestione dell'esercizio precedente e possono essere ancora facilmente riassorbiti nel secondo semestre.
Tuttavia il primo effetto di tali cifre consiste in un aumento assoluto del debito pubblico e degli oneri che esso comporta, aumento tanto più preoccupante in una fase di prolungato rallentamento nella crescita del Pil e nella tendenza verso un aumento dei tassi d'interesse.
In queste condizioni, secondo le analisi congiunturali più aggiornate tra le quali segnalo quella di Monitor che è la più recente di tutte, le previsioni di crescita del Pil non si distaccano dall'1,4-1,5 per cento, di fronte alle previsioni del Tesoro che puntano ancora sul 2,3. Peraltro lo stesso Fondo monetario internazionale stima il rapporto deficit/Pil all'1 per cento, nettamente superiore quindi allo 0,5 previsto dal governo.
Questo segnali che, lo ripeto, potrebbero essere ribaltati da una ripresa più consistente nell'ultima parte dell'anno, sono tuttavia appesantiti da altre considerazioni. Anzitutto dall'andamento della spesa sanitaria che non è stato considerato nelle cifre del disavanzo di cassa e che risulta aumentata dell'8-10 per cento. E poi dal gettito sempre più problematico di alcune voci di finanza straordinaria.
La prima di essa è quella riguardante l'emersione delle imprese sommerse: si prevedeva il ritorno "in chiaro" di 900.000 unità, ma allo stato dei fatti siamo a quota 400, cioè prossima allo zero.
Delusioni analoghe, anche se meno drammatiche, provengono dal rientro dei capitali dall'estero che allo stato dei fatti avrebbe raggiunto appena un quarto dell'ammontare inizialmente previsto.
Ci sono poi ben 3 miliardi di euro a rischio che dovrebbero venire dal pagamento di imposte volontarie per affrancamenti e sanatorie, in pratica veri e propri condoni per rivalutazioni di beni patrimoniali.
Infine un dato certo: il fabbisogno di cassa per l'intero 2002 è stato previsto dal governo in 22 miliardi di euro, cifra già raggiunta nel primo trimestre dell'anno, superata probabilmente in aprile e in maggio, con il che si navigherebbe verso i 45 miliardi di euro (88.000 miliardi di vecchie lire).
È vero che la cassa non è rilevante ai fini dei parametri di Maastricht, ma l'anno scorso fu proprio su questo livello di fabbisogno che il governatore Fazio lanciò il suo drammatico allarme. Si vide poi che l'allarme era in larga misura gonfiato, ma si delinea invece con allarmanti segnali per l'anno in corso senza che la Banca d'Italia abbia questa volta suonato alcun campanello di avviso.
***
Mi scuso con i lettori se ho dovuto affliggerli con qualche cifra di troppo, ma mi pareva necessario documentare lo stato attuale della finanza pubblica e della congiuntura economica sulla base di documenti ufficiali e di stime effettuate da centri di analisi attendibili e indipendenti.
Ho già ricordato che i dati riguardanti i primi mesi dell'esercizio possono essere corretti da mutamenti del ciclo e delle aspettative del mercato. Lo ripeto. Ma conviene ora confrontare la fotografia finanziaria fin qui fornita con gli impegni e con il famoso "contratto" che il leader del centrodestra stipulò con il corpo elettorale prima del 13 maggio. Vediamo.
1) L'abbattimento della pressione fiscale non si è verificato. Al contrario: sono già state inasprite le aliquote di sovra-imposizione di Regioni e Comuni.
2) La riforma fiscale e le nuove aliquote dell'Irpef sono di là da venire. Tremonti le aveva già rinviate agli ultimi due anni della legislatura (2004-6) ma la perdita di gettito che comporta e la crescita del fabbisogno mettono in dubbio che questo obiettivo possa mai essere effettuato.
3) Analogo ragionamento va esteso all'abbattimento dei contributi previdenziali, a meno che esso non sia finanziato da un abbattimento parallelo e cospicuo delle pensioni erogate dagli enti di previdenza e degli stanziamenti (già largamente insufficienti) dei fondi destinati al Servizio sanitario nazionale.
4) La riforma della scuola necessita di finanziamenti che, allo stato, sono inesistenti.
5) Identico discorso va fatto per gli ammortizzatori sociali. A regime, secondo le stime della Cgil, necessiterebbero almeno 10 miliardi di euro; quelle più prudenziali della Cisl e dello stesso ministro del Welfare parlano di 7 miliardi di euro: fondi comunque inesistenti, che spiegano perché il governo si sia accanito solo sulla riforma dell'articolo 18, l'unica senza spese anche se del tutto inutile ai fini della maggiore occupazione.
6) Le grandi opere pubbliche, a suo tempo preannunciate con tanto di lavagna e gessetto da Berlusconi, sono ferme al palo: il Tesoro non ha un centesimo per finanziarle, i "project financing" tanto sbandierati non hanno mosso un solo passo avanti perché le banche hanno ben altro cui pensare.
Dunque niente riforme. Se ne sono resi ben conto Fini e Bossi e hanno in questi giorni lanciato l'allarme in occasione del congresso An a Bologna. Il vicepresidente del Consiglio l'ha detto con toni molto seri e Bossi gli ha fatto eco: se non troveremo i fondi necessari - hanno detto - gli elettori ci chiederanno conto degli impegni assunti e delle promesse non mantenute.
Anche perché quelle finora avviate riguardano soltanto questioni di interesse personale del presidente del Consiglio e del piccolo gruppo dei suoi sodali e non servono di certo a placare la delusione crescente delle imprese, dei titolari delle partite Iva e di tutta la vasta platea che aveva puntato su solidi benefici aziendali, fiscali, economici.

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In questo negativo rendiconto della politica economica e finanziaria del governo, va dato atto del peso che il cattivo andamento del ciclo economico internazionale vi ha esercitato. Il fatto è che il ciclo sta ora riprendendo e dovrebbe quindi rimettere in moto anche la (piccola) locomotiva italiana.
Tremonti anzi ha sempre affermato che il nostro rimbalzo sarebbe stato più pronto e più rilevante di quello dei nostri partners europei.
Ma non pare proprio che sia così, sembra anzi che avvenga il contrario: il cavallino italiano continua ostinatamente a non bere nonostante l'ampia liquidità disponibile e il basso livello dei tassi. Se poi la Bce dovesse cambiare politica monetaria a causa di segnali meno tranquillizzanti dal fronte dell'inflazione, un altro peso si aggiungerebbe a quelli già indicati e il famoso miracolo vaticinato come a portata di mano fin dallo scorso autunno dal tandem Berlusconi-Fazio si rivelerebbe simile a quello delle Madonnine che piangono e dei santi che sudano sangue: cioè una volgarissima