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Repubblica-Castelli nel segno di San Patrignano

Castelli nel segno di San Patrignano C'è un filo sottile, non importa qui stabilire di quale colore, che collega la riforma scolastica proposta recentemente dal governo e il progetto sperimenta...

28/12/2001
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la Repubblica

Castelli nel segno di San Patrignano

C'è un filo sottile, non importa qui stabilire di quale colore, che collega la riforma scolastica proposta recentemente dal governo e il progetto sperimentale sulla prima comunità di Stato per il recupero dei tossicodipendenti. E non è solo la firma in trasparenza di Letizia Moratti, ministro della Pubblica Istruzione e nume tutelare della comunità di San Patrignano che dovrebbe gestire la "colonia agricola", com'è stata eufemisticamente ribattezzata, nell'ex carcere di Castelfranco in Emilia riservato ai drogati. E' piuttosto una cultura della cosa pubblica, perfettamente incarnata dalla signora Moratti e dai suoi colleghi, che il centrodestra pretende di applicare senza differenze alla scuola, alla sanità o appunto alla lotta contro la droga, in una visione privatistica della società.
All'indomani dell'appello lanciato il giorno di Natale dal cardinale di Milano, Carlo Maria Martini, a favore delle pene alternative al carcere per i tossicomani, si viene così improvvisamente ad apprendere per vie traverse che il ministro della Giustizia Castelli, reduce dall'infausta battaglia contro il mandato di cattura europeo, ha già stipulato un accordo con la comunità di San Patrignano per la creazione di una struttura "ad hoc", finanziata dallo Stato. A dare l'annuncio è il ministro cattolico per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, dichiarando subito il proprio consenso e quello della propria parte politica.
Apriti cielo. Nella Casa delle libertà scoppia una lite da condominio. Ed è in particolare Alleanza nazionale, per bocca del ministro delle Comunicazioni Gasparri, tra una telefonata in diretta tv e una pausa dei lavori per la preparazione del "libro bianco" sulla Rai, che censura i "metadonifici" di Stato. Di rincalzo, un suo focoso compagno di partito come Ignazio La Russa non esita a definire la sortita di Giovanardi "una sciocchezza natalizia" o meglio, chissà perché, "un pensiero dal film americano". E' la mitica coesione del centrodestra.
Ora si potrebbe anche liquidare la vicenda come un nuovo "vaudeville" messo in scena da questa maggioranza, se non fosse per l'importanza e per la delicatezza dell'argomento. E soprattutto, se la questione non coinvolgesse l'uso dei beni e delle risorse dello Stato, sul doppio fronte della lotta alla criminalità e della lotta contro la droga. Tanto più che in questo caso tutto sembra ruotare intorno alla comunità di San Patrignano, già più volte in passato al centro di numerose polemiche, assurta a modello di struttura repressiva per i metodi quantomeno controversi adottati dal suo fondatore, Lorenzo Muccioli.
Intendiamoci: in un terreno minato come questo, nessuno può dire di avere la soluzione in tasca, la ricetta sicura per debellare la piaga della droga. Il confronto resta aperto. Possiamo e dobbiamo discutere se contro la tossicodipendenza sia meglio un approccio piuttosto che un altro. E il tentativo avviato da Muccioli, insieme a quelli di segno opposto che privilegiano invece il recupero attraverso l'autocoscienza e l'autodeterminazione, meritano comunque rispetto.
Sta di fatto, però, che questa maggioranza tende ad accreditare la comunità di San Patrignano come l'unico modello possibile, la strada obbligata nella battaglia contro la droga. Al punto da tributarle una serata speciale sulla tv pubblica alla vigilia di Natale per la raccolta di fondi, come se fosse un'istituzione benefica internazionale. E tanto da affidarle in gestione un carcere dello Stato, stipulando una convenzione ed espropriando al di là delle regole anche l'amministrazione penitenziaria, per il recupero dei detenuti tossicodipendenti a spese di tutti gli altri cittadini che non si drogano e non delinquono.
Se c'è una certezza in questo campo, dettata innanzitutto dall'esperienza, riguarda proprio il carcere. Qui, nel luogo istituzionalmente deputato alla detenzione, dove lo Stato può controllare il cittadinodetenuto ventiquattr'ore su ventiquattro, la droga infatti circola, viene spacciata e consumata liberamente, a riprova del suo altissimo potere di penetrazione e corruzione. Per quanto si possa essere rispettosi dei metodi e degli operatori di San Patrignano, si fa fatica a immaginare una capacità di sorveglianza maggiore, a meno di non pensare a sistemi correttivi contrari alla dignità della persona umana.
Sarebbe davvero paradossale e inaccettabile se, per applicare '#8211; come pure è giusto '#8212; pene alternative ai detenuti drogati, questi fossero sottoposti a un carcere peggiore del carcere, alla coercizione fisica o addirittura a forme di tortura. Da una parte, la stessa detenzione perderebbe evidentemente il suo valore rieducativo. E dall'altra, il recupero rischierebbe di essere artificiale, apparente, provvisorio, comunque estraneo a un percorso effettivo di disintossicazione e di scelta. In ogni caso, aumenterebbe il pericolo della recidiva.
Appena qualche mese fa, del resto, nella conferenza di Genova sulla droga, era stato per primo il centrosinistra a proporre l'adozione di pene alternative. Ma fu subissato di critiche e reazioni negative. Ha ragione perciò l'ex ministro Livia Turco a chiedersi: che cosa è cambiato? E' una domanda tanto legittima che viene da rispondere: è cambiato che ora c'è il "modello San Patrignano", il carcerenoncarcere, sostenuto e protetto dalla signora Moratti con le risorse e i beni pubblici.
Nella logica controproducente del proibizionismo, la lotta alla droga finisce per diventare fatalmente un tabù e il tossicomane un mostro da rinchiudere dietro le sbarre, anziché un malato da assistere e da curare. Eppure, dall'alcol alla prostituzione, possiamo constatare in ogni momento che la repressione da sola non basta e non serve: quello che occorre, innanzitutto, è una grande opera di informazione, educazione e dissuasione che prepari i giovani a esercitare responsabilmente la propria libertà. Attraverso il regime dell'illegalità, il narcotraffico clandestino alimenta invece la spirale perversa dello spaccio, dello sfruttamento, della criminalità. E purtroppo, come dimostrano le statistiche più recenti, insieme al fenomeno della dipendenza aumenta anche il numero delle vittime.