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«Ragazzi, capisco i flash mob per tornare a scuola ma adesso serve anche il vostro sacrificio»

Maria Rosaria Capobianchi, alla guida del Laboratorio di Virologia dello Spallanzani che per primo in Italia ha isolato il Sars-CoV-2 e docente di Biologia molecolare all'università UniCamillus di Roma

15/11/2020
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Il Messaggero

La prima è stata Anita, 12 anni della scuola media Calvino di Torino. Poi Lisa della stessa scuola e via via è aumentato il numero degli studenti che siedono davanti all'istituto con il computer appoggiato sulle ginocchia o su un tavolino. Chiedono di poter rientrare in classe, rifiutano la didattica a distanza. Fanno flash mob. È nato anche un movimento formato da docenti, studenti e genitori, Priorità alla scuola, a sostegno di questa generale ondata di protesta.
E, allora, vista la situazione si devono trovare le parole giuste per far capire ai ragazzi il perché del sacrificio. Far accettare ciò che, alla loro età, è difficile accettare. «Molti di noi non avrebbero mai pensato ad una simile reazione da parte più giovani - commenta Maria Rosaria Capobianchi, alla guida del Laboratorio di Virologia dello Spallanzani che per primo in Italia ha isolato il Sars-CoV-2 e docente di Biologia molecolare all'università UniCamillus di Roma - ma ora c'è bisogno anche di loro in questa battaglia».
Se fosse davanti ad una classe di liceali che cosa direbbe?
«Direi che capisco bene le loro ragioni. Anche io, alla loro età al liceo Genovesi di Napoli, sarei voluta entrare e passare le mattinate con i compagni. Ma, ora ci vuole il sacrificio di tutti per vincere».
Stando lontano da scuola si limita l'affollamento su autobus e treni e si riducono gli assembramenti dopo le lezioni?
«I ragazzi delle superiori possono restare a casa e permettere di far diminuire gli spostamenti. Ragazzi, non vedete che i numeri ci stanno dando ragione? Vorrei che studiassero come si comporta un virus per capire meglio le scelte che si stanno facendo». 
I più giovani non si sentono partecipi, che ne pensa? 
«Sta a tutti noi dare le informazioni giuste. Mi rendo conto che seguire le lezioni a distanza è faticoso come è faticoso per gli insegnanti ma così come stanno le cose non possiamo permetterci di creare buchi nella barriera antidiffusione».
I ragazzi non sembrano essere bersagli privilegiati del Covid-19 ma possono essere ugualmente veicoli di contagio, vero?
«I ragazzi possono infettarsi come gli adulti. Ma va ricordato che un gran numero di casi sono asintomatici. Condizione che non esclude il contagio. Anche gli studenti devono accettare la situazione e rendersi conto di essere protagonisti della collettività nell'emergenza».
Se conoscessero meglio la biologia forse sarebbe più facile per loro accettare le regole?
«Ne sono certa, la conoscenza permette di interpretare meglio il momento che viviamo. Ricordiamo che i ragazzi under 18 sono schiacciati tra i bambini che seguono i genitori e gli adulti che, con agli anziani, sono carichi di problemi. Da quelli sanitari a quelli economici. I giovani vanno aiutati se li vogliamo al nostro fianco».
Ora spieghiamo ai ragazzi il risultato della vostra ricerca allo Spallanzani sul Covid-19 presentata alla UniCamillus: cambia fino a 100 volte meno dell'Hiv, quello dell'Aids. Che vuol dire?
«Vuol dire che il Sars-CoV-2 ha una variabilità che gli permette di adattarsi anche all'interno di un singolo paziente, come molti altri virus, primo tra tutti l'Hiv. Poter misurare questa variabilità, come abbiamo fatto negli ultimi mesi, ci ha permesso di stabilire che è molto bassa, quindi il genoma è abbastanza stabile».
Può aiutarci a capire meglio?
«Volevamo capire se la capacità di invadere l'apparato respiratorio profondo fosse legata a cambiamenti specifici del virus, ma i risultati hanno indicato che questo non avviene. La bassa variabilità ha come conseguenza che il virus non è sfuggente, non cambia molto e questo ci consente di aver fiducia che i meccanismi della risposta immunitaria non siano dribblati dal virus. In sostanza la variabilità del virus non rappresenta una minaccia per il successo dei vaccini».
Carla Massi


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