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Quelle lezioni in assemblea scelte da ragazzi e ragazze

Quando gli studenti fanno la loro scuola, dalle occupazioni alle autogestioni, chiedono di imparare qualcosa sul mondo di oggi

08/01/2017
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la Repubblica

di Stefano Laffi

tornato sul luogo del delitto. L’aula magna del mio liceo, trenta anni dopo, in assemblea, invitato l’anno scorso dai ragazzi e dalle ragazze, in autogestione. Eravamo mille, al Parini di Milano, negli anni Ottanta, in assemblea parlavano in pochi, quattro o cinque al massimo, tendenzialmente gli stessi, rigorosamente maschi, dotati di un’abilità retorica maggiore, di mobilitare le emozioni e regalare visioni, in quella che a distanza riconosco essere stata una palestra di leadership politica più che di partecipazione studentesca. Il liceo è identico a trent’anni fa, attorno nel quartiere tutto è cambiato, lì no, la scuola conserva, si capisce subito, ma non sono identici i ragazzi, non le loro parole, i loro modi, i loro riti. Oggi vige un format in tre varianti ( cogestione, autogestione, occupazione) di quell’incerta palestra di autonomia di allora e la cogestione ovvero concordare con la presidenza e il corpo docenti una scuola diversa — ma perché non farlo ogni giorno se è davvero interessante? — suona paradossale nel confronto con allora. Cambiare la lezione è diventato quasi un evento, una sorta di piccolo festival dell’alternativa didattica più o meno ricorrente, a dosi controllate e a distanza di sicurezza dagli scrutini, che solo nel caso più raro dell’occupazione assume forme conflittuali. Perché va detto che l’occupazione già allora spaccava, prima di tutto gli studenti fra loro, poi studenti e genitori, studenti e professori e credo professori e professori.

A invitarmi è una studentessa del liceo, e le ragazze sono una parte significativa nell’organizzazione dell’autogestione: non ricordo nulla di simile di allora, il palco era quasi sempre maschile, e così pure l’organizzazione e la guida del movimento, questo è un dato di cambiamento. Chi si lamenta di non trovare nelle nuove generazioni lo spirito combattivo e il riconoscimento delle battaglie del femminismo storico non vede la parità dei generi che è nelle pratiche, come ci fosse una sorta di “ indifferenza ai generi” che fa scandalo a molti adulti perché non si riesce in questo modo a sovrascrivere alla libertà di oggi l’eredità di quegli anni di lotta, ma è nei fatti, c’è molto meno machismo nelle mobilitazioni e nell’attivismo.

Non ci sono slogan nell’incontro al liceo, a differenza di allora, ma la fame di capire cosa fare, anche questo a differenza di allora: discutiamo di disuguaglianza generazionale, di differenza di potere, di cittadinanza attiva, poi però ragazzi e ragazze mi chiedono come affrontare la negoziazione con la presidenza e il collegio docenti che avevano deciso una sperimentazione didattica sul cambiamento d’orario senza coinvolgere gli studenti, sperimentazione mascherata perché a loro parere l’attuazione era già pronta. Suggerisco di rilanciare la sfida, se di metodo sperimentale si trattava ci deve essere una valutazione degli esiti che decide la bontà dell’esperimento e su quella avrebbero dovuto chiedere conto, in termini di apprendimento, clima di lavoro, relazioni, per avvalorare il cambiamento. Regalo loro un libricino coi grandi manifesti studenteschi, dagli anni Sessanta in poi, pubblicato per le edizioni dell’asino, manifesti di cui non hanno alcuna cognizione, a differenza di allora.

Una mattina bellissima, letteralmente “di studio”, perché gli studenti hanno bisogno di imparare qualcosa che non conoscono, cioè il conflitto, la negoziazione, l’esigibilità dei diritti. Impensabile trenta anni fa, quando l’alfabetizzazione sui diritti era più forte, la palestra della negoziazione assai più praticata, ma le distanze con le autorità a volte incolmabili e l’assemblea diventava il teatro di autorappresentazione di schieramenti già definiti. Il mondo in questi anni si è capovolto più volte, sono stati gli studenti a scendere in piazza per difendere la scuola contro la politica: in sostanza per questi ragazzi la politica è una minaccia, le continue riforme hanno dissanguato e dissestato un luogo di vita in cui sono esiliati fino all’età dell’obbligo, paradossalmente è toccato a loro salvare la scuola.

La perdita della politica si sente, si fatica a trovare un “ noi”, lo si capisce dal resto: nella palestra accanto a noi una psicologa insegna tecniche di studio per migliorare l’apprendimento, esigenza legittima ma individuale e paradossale nei giorni del cambiamento, in altre scuole dove sono stato invitato si affrontava di tutto come fosse il palinsesto del digitale terrestre, dalla Palestina allo yoga, dal reportage giornalistico all’anoressia. Insomma non un progetto di cambiamento, partecipato, perché in quello spiraglio da festival dell’alternativa didattica ci entravano giusto pillole della contemporaneità tenuta fuori dall’aula, e proprio perché tutte in una volta ci entravano come capitava, declassate a episodio estemporaneo per microgruppi di interesse. In più di una scuola l’incontro più frequentato era però un altro, la partita a calcetto in cortile, e allora davvero si riconosceva la sindrome da “ora d’aria”, la reazione a quella negazione dei corpi che è la giornata di lezione in classe.

La scuola non forma all’autonomia ma alla dipendenza, va detto con più onestà, ma quella parola è proprio uscita dal radar, non è una richiesta politica dei ragazzi perché è diventato l’incubo dei genitori e l’imperativo di un sistema — basta pensare all’autoimprenditorialità come unica prospettiva di lavoro — che la prescrive senza concederla, perché stride in un’epoca di incertezza e precarietà, perché richiama isolamento quando siamo sempre più interdipendenti. I ragazzi sono stati lasciati soli, fin troppo soli, a costruirsi il futuro, stanno girando il mondo e provando di tutto per trovare un posto, chiedono i mezzi per farlo, non principi, chiedono rispetto. Perché non fare anche a scuola una palestra della vita che li attende, trasformare ogni esperienza in una lezione per orientarsi nel mondo, trattare la contemporaneità con più rispetto, imparare a stare nei conflitti e a prendere parola? ?

L’autore

Stefano Laffi è un ricercatore sociale, lavora presso la cooperativa Codici di Milano. Ha pubblicato per Feltrinelli La congiura contro i giovani (2014) e ha curato una raccolta di lettere di adolescenti italiani dal titolo Quello che dovete sapere di me (2016)


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