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Perché le scuole aperte sono necessarie per il futuro

di Scienziate per la Società

19/12/2020
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Corriere della sera

Il DPCM del 3 dicembre stabilisce che il 7 gennaio le scuole italiane riaprano in presenza. Tuttavia, la mancata flessione della curva di contagi negli ultimi giorni e il ragionevole timore che le attuali e più blande misure di contenimento portino a un nuovo aumento di casi a gennaio comincia a minare questa certezza. Come affrontare questo problema, evitando che l’apertura sia seguita da una rapida richiusura? Per prima cosa, vediamo quanto è costata (e quanto costerebbe) la chiusura della scuola.

Tutti gli studi concordano che i danni agli studenti tenuti lontani dalla scuola (e di conseguenza, i danni al futuro del loro Paese) sono enormi. La DAD ha causato deficit di apprendimento e demotivato i ragazzi, e ha accentuato le difficoltà degli studenti di famiglie svantaggiate e privi di accesso a computer o Internet. Inoltre,sono cresciuti il disagio mentale e i disturbi psichici. Sono aumentati anche i ricoveri per traumi cranici e altri incidenti domestici, indice di maggiore esposizione di bambini e ragazzi a incuria domestica e abuso. Inoltre, la chiusura delle scuole avrà conseguenze economiche altissime in tutto il mondo: solo in Italia, la Fondazione Agnelli ha calcolato che il primo lockdown scolastico costerà fino a 21 mila euro a studente in termini di minor reddito futuro. Infine, deve essere ricordato che la chiusura delle scuole è stata devastante per le madri lavoratrici, che rappresentano il 76% dei congedi parentali Covid. Il 30% pensa di lasciare il lavoro se l’anno scolastico 2020/2021 continuerà con la DAD (sondaggio dell’Università Bicocca). In un Paese come il nostro, che ha percentuali di lavoro femminile tra le più basse d’Europa, un’ulteriore diminuzione dell’occupazione delle donne sarebbe disastrosa sia per l’economia che per la crescita sociale.

È quindi evidente che garantire la scuola in presenza non è una possibilità, ma una necessità. Ma qual è il ruolo della scuola nella propagazione dell’epidemia?

La maggioranza degli studi concorda nell’affermare che non è la scuola di per sé, ma l’ambiente extrascolastico a favorire la diffusione del virus. Ecco tre esempi:

  1. Le curve di contagio da ottobre ad oggi sono scese più rapidamente in Francia, dove sono state prese misure restrittive ma mantenute aperte le scuole, che in Italia, dove invece le scuole sono state chiuse.
  2. Uno studio di Riccardo Cesari (Corriere-L’Economia, 16 dicembre) ha paragonato il numero di soggetti positivi in regioni ad alta e bassa densità di studenti nel periodo metà settembre-metà novembre e osservato che il numero di studenti non correlava con il numero di persone contagiate. Anzi: percentuale di studenti e diffusione virale erano correlate negativamente.
  3. Un’analisi pubblicata l’8 dicembre sulla prestigiosa rivista Lancet Infectious Diseases effettuata nel periodo giugno-luglio in Inghilterra riporta un numero molto basso di infezioni e focolai di SARS-CoV-2 intrascolastici, sottolineando che le scuole al loro interno sono sicure. Lo studio dimostra però che c’è una forte associazione tra il numero di focolai scolastici e l’incidenza regionale di COVID-19, evidenziando l’importanza di controllare la trasmissione all’esterno proprio per proteggere la scuola.

In linea con quest’ultima osservazione, il 10 novembre la rivista Nature ha pubblicato una ricerca che identifica pochi ambienti (definiti «super diffusori»), quali palestre, chiese, ristoranti e bar, come responsabili per la maggior parte dei contagi e dimostra che ridurre gli assembramenti in questi luoghi protegge più di altre misure. Anche i trasporti, pur non essendo «super diffusori», favoriscono il contagio per l’affollamento di studenti e pendolari nelle ore di punta.

Questi dati ci consentono quindi di ribadire che la scuola di per sé non è un fattore di diffusione dell’epidemia, mentre lo è l’ambiente extrascolastico. Pertanto, per poter riaprire le scuole nel modo più sicuro ed evitare di doverle richiudere rapidamente, è necessario da un lato evitare l’apertura nel periodo di massimo contagio della popolazione in generale, dall’altro stabilire, oltre a mascherine, distanziamento, aerazione, disinfezione delle mani, altre misure di ausilio. Ne proponiamo alcune:

  1. Attività sportive, palestre e piscine devono rimanere chiuse, per quanto doloroso e dannoso per i ragazzi. Bisogna anche prevenire assembramenti degli studenti nei locali pubblici e all’esterno della scuola.
  2. Deve aumentare l’offerta di trasporto pubblico «dedicato» alla popolazione scolastica.
  3. L’orario di entrata a scuola deve essere sfalsato rispetto alle altre attività lavorative.
  4. È cruciale responsabilizzare i ragazzi perché si impegnino nelle misure a scuola,ed evitino comportamenti rischiosi fuori dalla scuola e a casa.
  5. Sarebbe auspicabile, come si fa per gli operatori sanitari, uno screening periodico di studenti e operatori scolastici con tracciamento rapido in caso di positività attraverso canali dedicati alla scuola. I dati devono essere resi pubblici per regolare celermente eventuali chiusure temporanee locali.
  6. Personale scolastico, e magari anche gli studenti potrebbero essere tra i primi vaccinati dopo operatori sanitari e soggetti fragili.

Bisognerà lavorare molto per evitare al massimo i contagi. Ma con fiducia, confortati dai dati dei Paesi europei che hanno mantenuto aperte le scuole a fronte di epidemie non meno cruente della nostra. La scuola deve riaprire per rimanere aperta. È una responsabilità cui non possiamo sottrarci se vogliamo dare una speranza di futuro ai nostri ragazzi e al nostro Paese.

Anna Rubartelli
Paola Romagnani
Giulia Casorati
Anna Mondino
Michela Matteoli
Maria Rescigno
Michaela Luconi
Rossella Marcucci
Valeria Poli
Barbara Bottazzi
Lucia Altucci
Francesca Fallarino


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