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Perché È sbagliato proibire i corsi universitari in inglese

La sentenza del Consiglio di Stato che vieta i corsi esclusivamente in lingua inglese al Politecnico di Milano danneggia gli studenti italiani

27/02/2018
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Corriere della sera

Roger Abravanel

La sentenza del Consiglio di Stato che vieta i corsi esclusivamente in lingua inglese al Politecnico di Milano danneggia gli studenti italiani. I magistrati sostengono che si rischia di «marginalizzare la lingua italiana estromettendola integralmente da interi rami universitari del sapere». Ma sembra un rischio remoto dato che l’insegnamento esclusivamente in lingua inglese è limitato alla laurea magistrale e al dottorato, come peraltro avviene in altri atenei prestigiosi come l’Eth di Zurigo.

Al Politecnico 25 mila studenti (mille stranieri) frequentano ventiquattro corsi delle lauree triennali esclusivamente in italiano e 11 mila (più 5 mila stranieri) frequentano le lauree magistrali e i dottorati studiando prevalentemente in inglese.

Il Consiglio di Stato sostiene che viene leso il diritto allo studio perché l’insegnamento in lingua inglese impedirebbe a coloro che, pur capaci e meritevoli, non conoscano affatto una lingua diversa dall’italiano, «di raggiungere i gradi più alti degli studi». In realtà gli iscritti italiani alle lauree magistrali sono aumentati del 15 per cento e gli abbandoni si sono ridotti al 6 per cento. Nessuno studente meritevole con pochi mezzi è stato escluso. Il tema vero è la definizione di «merito»: uno studente che frequenta i corsi di un master o di un dottorato in Ingegneria non può essere considerato capace e meritevole se non conosce la lingua inglese, che è importante come la matematica. I testi principali sono tutti in inglese, i convegni sono in inglese, le pubblicazioni sono in inglese. E infatti, dal momento in cui si è passati al master in inglese la qualità della formazione è decisamente migliorata, il tasso di occupazione delle lauree magistrali è passato dal 90,9 al 92,9 per cento e la soddisfazione dei datori di lavoro è migliorata. Accogliendo il ricorso di un centinaio di docenti (su mille), il Consiglio di Stato protegge (pochi) lavoratori e non i «clienti», quei 40 mila studenti italiani che sudano sui banchi del Politecnico. Si preoccupa del diritto allo studio che è stra-garantito da rette basse e borse di studio ma non del diritto al lavoro che senza una buona conoscenza dell’inglese è difficilmente concepibile dopo facoltà come Ingegneria e Architettura.

Per proteggere i cento docenti con poca conoscenza dell’inglese che hanno fatto ricorso, i magistrati sostengono anche che l’insegnamento in lingua inglese potrebbe essere «lesivo della libertà di insegnamento, poiché per un verso verrebbe a incidere sulla modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, e per un altro discriminerebbe il docente all’atto di conferimento degli insegnamenti». Però la lingua in cui è tenuto un corso non è un elemento di libertà di insegnamento dei docenti. Altrimenti un docente di un’università italiana potrebbe insegnare in urdu e uno in coreano.

Quanto alla discriminazione dei docenti che non parlano l’inglese, si tratta piuttosto di selezione in quanto un professore della facoltà di Ingegneria che non conosce bene l’inglese è sicuramente meno capace di un altro egualmente competente che però l’inglese lo conosce bene. Parlare solo in italiano non è un criterio di merito ma di demerito.

Il Consiglio di Stato sostiene poi che «l’insegnamento in lingua inglese è lesivo della tutela del patrimonio culturale italiano». Purtroppo in materie come la fisica, le scienze, l’intelligenza artificiale, l’inglese sta diventando un linguaggio universale, sostituendosi lentamente alle altre lingue, che perdono la capacità di esprimere i concetti più recenti. Non sarà una lezione in italiano al Politecnico a fare chiamare «buchi dei vermi» i «wormholes» (la caratteristica spazio-temporale che è una scorciatoia da un punto dell’universo all’altro). Non si tratta di usare il termine «rete» al posto di «network», ma della impossibilità di trovare termini italiani che si avvicinino alla nuova terminologia di scienza e innovazione ormai totalmente in lingua inglese. Forzare l’utilizzo dell’italiano dove il linguaggio del progresso scientifico è solo in inglese porterà a continuare a depauperare il nostro patrimonio del sapere, accelerando una tendenza in atto da anni. Incidentalmente, questo vale anche nelle materie umanistiche. Non si può studiare il Rinascimento artistico italiano senza avere letto Bernard Berenson e nessuno meglio di Anthony Gibbons ha raccontato lo sviluppo e il declino dell’impero romano.

La chicca finale riguarda la presunta incostituzionalità perché «l’insegnamento esclusivamente in lingua inglese lede il principio costituzionale della autonomia universitaria». Chi scrive non è un costituzionalista ma un ingegnere che ha comunque ben chiaro il concetto di «autonomia universitaria», secondo il quale gli atenei sono responsabili delle scelte didattiche e di ricerca. La decisione della magistratura di vietare una importante scelta didattica già fatta da atenei internazionali con i quali il Politecnico di Milano è in concorrenza su studenti e finanziamenti va proprio nella direzione opposta a quella dell’autonomia universitaria.

In sintesi, la sentenza del Consiglio di Stato non riconosce la realtà del Politecnico dove l’italiano è tutt’altro che marginalizzato perché la maggioranza degli studenti studia ancora in italiano. E se sarà attuata lederà invece il loro diritto al lavoro e rafforzerà i nemici del merito della università italiana.


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