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Pagelle, istruzioni per l’uso: dove c’era un 5 ora spuntano il Pai e il Pia. Cosa sono?

Due nuovi acronimi: il PIA - Piano di Integrazione degli Apprendimenti - precisa la parte del programma che non si è potuto svolgere; il PAI - Piano di Apprendimento Individualizzato - indica su cosa gli alunni più carenti dovranno allenarsi nei corsi di recupero a settembre

20/06/2020
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Corriere della sera

Marco Ricucci *

La cosiddetta didattica a distanza (DAD) non solo ha arricchito il vasto campionario della burocrazia della scuola italiana, ma ha «figliato», per così dire, due gemelli: il PIA e il PAI. Presto i genitori dei nostri alunni potranno familiarizzare con questi due nuovi acronimi: il Piano di Integrazione degli Apprendimenti, in cui il docente precisa la parte del programma che non ha potuto svolgere in questo annus horribilis, e il Piano di Apprendimento Individualizzato, cioè le parti in cui alunne e alunni, promossi ope legis sono deboli e carenti, e potranno svolgere i corsi di recupero da settembre. Le famiglie riceveranno probabilmente via mail le lettere con il PAI, se i figli hanno avuto una insufficienza nella pagella di fine anno scolastico, ma potranno stare sereni, in quanto tutti sono stati ammessi all’anno successivo. Che cosa ci aspetta al nostro rientro a scuola, è un mistero e persino la data è un rebus cronologico, da rendere compatibile con le votazioni e il referendum costituzionale. Sicuramente il vaso di Pandora è stato scoperchiato e la scuola ha bisogno di un serio rinnovamento, basato non solo su adeguati finanziamenti, ma anche su una sua riorganizzazione: la DAD e tutto quello che ci sta dietro è solo il trampolino di lancio per dare slancio alla nostra scuola, iniettando auspicabilmente un po’ di entusiasmo.

La Dad ai tempi di San Paolo

Ma andiamo all’essenza della parola «didattica», cioè alla sua etimologia: ci sono pochissime attestazioni nella lingua greca antica dell’aggettivo «didaktikos», che viene dal verbo greco «insegnare»: nella Lettera a Timoteo (I, 3, 2), Paolo usa «didattico» nel senso di pronto, desideroso di insegnare: «Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare». Girolamo tradurrà in latino nella Vulgata con il termine doctor. Sempre Paolo nella seconda lettera inviata a Timoteo (II, 2,24) usa la parola, con un significato attivo: «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite». Docibilis, in latino. Altre attestazioni dell’uso dell’aggettivo, se si eccettua una «virtù didattica» di cui parla in maniera cursoria Filone di Alessandria, filosofo ebreo di cultura greca, vissuto nel I secolo d.C., non ce ne sono nel periodo classico della civiltà greco-romana.

Il fiuto del docente in presenza

Nonostante la DAD, è arrivato così l’ultimo giorno di scuola e il tempo è volato, davanti a un monitor di computer e con una classe virtuale: nella mia didattica, il distanziamento fisico, dettato dall’emergenza sanitaria, si è fatto sentire, in un certo senso, in quanto, lasciandosi andare al ricordo, mi ero quasi abituato a gridare, in classe: «Aprite le finestre! Devo ripeterlo ogni volta…». Ogni volta, appunto, il martedì alla seconda ora, quasi fosse una routine consolatoria: la classe era appena tornata dall’ora di ginnastica (adesso si chiama scienze motorie) e ne era testimonianza la traccia di afrore che aleggiava in classe da 28 adolescenti in pieno sviluppo fisico. Il distanziamento della didattica fa venire in mente persino questo particolare non certo gradevole, ma con la medesima vividezza dell’associazione mentale rievocata da Marcel Proust, in un momento epifanico del romanzo «Dalla parte di Swann», nel gustare un sorso di tè con una morso alla madeleine. Manca al docente un rito di fine anno: una passeggiata tra le aule della scuola, che erano riempite dalle voci festose delle ragazze e dei ragazzi, nella fine di un anno vissuto insieme, quando si è un po’ più maturi (la speranza di docenti e genitori), e si gusta di più la libertà di un’estate ricca di divertimento, purché non si abbia il debito a settembre, dal punto di vista dei ragazzi. Anche questo rito si è portato via la DAD: questo renderà meno piacente la distanza dalla scuola e da ciò che essa rappresenta, cioè lo stacco, il distacco, di cui il corpo docente ha bisogno, essendo a contatto con altri essere umani in crescita per molte ore, e non solo fisicamente.

Aristotele e il benessere del suo alunno Alessandro Magno

L’insegnamento - mi sono fatto questa idea, pur nella mia breve esperienza - è basato perlopiù sulla qualità della relazione umana tra docente e discente, se si vuole, come dice la parola stessa, lasciare il segno. Lo sapeva bene un grande umanista del Rinascimento italiano, Guarini, che scrive nel suo trattato La didattica del greco e nel latino del 1459: «E pertanto, in questo ambito, i giovani imiteranno l’esempio di Alessandro Magno che più volte ripeteva di essere debitore verso il suo insegnante Aristotele non meno che verso il padre Filippo, poiché da quest’ultimo aveva avuto solo la vita, dal primo invece aveva imparato la virtù». Propterea quod ab hoc esse tantum, ab illo et bene esse accepisset. Ecco io, come docente, ho imparato una lezione fondamentale dalla DAD, nell’epoca della pandemia del Covid-19: dare la massima importanza al benessere delle mie alunne e dei miei alunni, in un periodo dove «il cor si spaura» nell’abisso di scenari pestilenziali. Nel senso che lo tradurrei più pedagogicamente e meno filologicamente: bene esse come star bene. E se hanno copiato durante un compito in classe… o meglio a casa (loro), pazienza! Almeno non conosceranno il PIA…o PAI?

**docente di italiano e latino al Liceo Scientifico «Leonardo» di Milano e professore a contratto all’Università degli Studi di Milano