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Oltre la meritocrazia. Una critica ed un programma

di Davide Ferrari

12/10/2013
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"Merito": una bella parola. Siamo d'accordo. D'altra parte chi potrebbe essere per il "demerito"? Chi potrebbe non convenire sul fatto che chi ha merito debba poter riuscire, andare avanti, raggiungere la posizione sociale che gli consenta di mettere a frutto le sue doti.
Oggi si parla molto di merito. Nel molto come sempre si rifugia la confusione. Ricordiamo, per dissiparla, due diverse contesti dell' “idea di "merito" che hanno rilevanza per la scuola e per le scelte politiche sulla scuola: il dettato costituzionale e l'attuale frangente politico-culturale.
I)
La Costituzione,  è verissimo, scrive di "capaci e meritevoli" (Art.34) e affida a queste due categorie il ruolo di oggetto della cura della Repubblica. Sono "i capaci e i meritevoli" coloro che lo Stato democratico deve promuovere nella scuola  (in osservanza-non va dimenticato- dell'Art. 3, quello che sancisce il dovere di superare le disuguaglianze) .
"Capaci e meritevoli", dunque, devono poter raggiungere i più alti gradi degli studi.
Le redazioni preliminari a quella poi approvata dalla Costituente, recitavano: "i più alti gradi di istruzione".  Il termine: "studi" appare ben diverso, comprendente l'Università ed ogni percorso formativo di eccellenza.
Già sarebbe da notare che il discorso dei Costituenti viene oggi, e non di rado, rovesciato. Senza più valutare come permanga, ancora oggi, troppo basso il numero dei laureati in Italia, si dichiara senz'altro razionale - sempre e comunque - la pratica già invalsa di fissare, con il numero chiuso, un tetto di frequenza e solo in base a quello ci si pone il problema, quando ce lo si pone, di garantire l'accesso ad una quota di "capaci e meritevoli". Non a tutti questi evidentemente. Un orientamento di progresso non può pretendere e promettere la luna ma dovrebbe però tendere ad allargare progressivamente il numero degli accedenti al sapere superiore, non ridursi a  "riorganizzare" gli accessi per diminuire il bisogno di infrastrutture universitarie.
Ma c'è da interrogarsi sul significato dei due termini: "capaci e meritevoli". Sono sinonimi? Oggi vengono usati spesso come tali, ma non pare lo fossero per il Costituente.
Con il termine: "meritevoli" si allude, a nostro parere, all'impegno, aggiuntivo e di diverso carattere, che si richiede - a qualifica della propria capacità ed anche a titolo del diritto di avanzare -  a chi, al gradino precedente, può magari essere risultato meno capace di altri eccellenti ma è valutato suscettibile di miglioramento.
Quindi “merito” è valore congiunto, ma distinto a “capacità”. Non a caso viene introdotto nel rigo dedicato al dovere della Repubblica di garantire il sostegno a chi, privo di mezzi, deve poter procedere negli studi.
Si chiede “meritocrazia”? Si consideri come essere meritevole sia aver dimostrato di volersi coltivare e arricchire di conoscenza, non solo avere l'eredità di una capacità attestata sulle competenze (sulle nozioni?) già acquisite, magari perchè si proviene da un'ambiente ed una condizione sociale più favorevoli e colti.
II)
"Più meritocrazia": è una diffusa richiesta, oggi, nell'Italia della crisi. Si individuano nelle “caste”, a cominciare da quella più invisa, formata da “politici” giudicati complessivamente inetti, le responsabili di un'economia bloccata e di una società ingessata da troppi vecchi e da troppe corporazioni.
A matrice di queste individuazioni si ritrova un'opinione liberista che cerca di uscire dal fallimento dei modelli di governo affermatisi dagli anni '80, che pure ad essa si ispiravano, accusandoli di eccessivo conservatorismo. Un liberismo democratico, all'americana. Pari opportunità di partenza, sì, di risultato no. Si consenta all'eccellenza di andare avanti e trainerà il rimanente. C'è un consenso reale per queste posizioni, per esempio in settori di giovani di elevata formazione e frustrati nelle loro speranze di realizzazione.
Molti punti critici individuati dai “meritocratici” sono senz'altro condivisibili, in particolare la necessità di liberare accessi, di aprire le porte a nuovi professionisti nelle professioni e in generale di ringiovanire la classe dirigente.
Tuttavia la crisi, incalzando, mostrandosi sempre più strutturale e non episodica, fa interrogare più nel profondo sui mali della società e l'arresto del suo sviluppo.
Senza crescita, anche liberalizzando ogni accesso, a cosa si accederà? La libera competizione, poi, è impedita dalle leggi e dalle burocrazie o dal prevalere degli interessi economicamente più forti, oggi più forti che mai?
Non sono domande peregrine. La risposta che si da loro orienta a diverse scelte, per la scuola, innanzitutto, ma anche sui temi del welfare e del lavoro.
Nella scuola questa “meritocrazia” ha molti sostenitori ma, nondimeno, avanza con più contrasti. E ben a ragione.
I temi non sono nuovi. Già negli Stati Uniti il dibattito sulla controverse misure di “merit pay”, (pagare gli insegnanti di più quando i loro alunni hanno riportato voti migliori) ha visto reagire, molte voci liberal, progressiste.
Gli argomenti au contraire sono stati quelli di sempre, e ancora validi-a nostro parere. Si è affermato come non sia giusto valutare il “merito” dell’insegnante sulla base delle performances degli studenti. Esse dipendono molto, infatti, dalla condizione sociale delle famiglie di provenienza.
Si potrebbe però obiettare che si può “riformare la meritocrazia”, adottare strumenti di valutazione del merito meglio “tarati” socialmente, calibrati, più aderenti all'effettivo valore dello sforzo, sia dell'alunno che del docente.
Non siamo per l'uguaglianza nella passività, siamo perchè nessuno venga lasciato indietro e tutti siano curati con professionalità e fantasia, nelle attività collettive e nelle espressioni “individuali”. Ci interessano dunque misurazioni ed incentivi.
Ma è il tempo di porre un'interrogativo più generale sulla “meritocrazia”, di avanzare una critica della sua logica di fondo.
III)
Lo studioso americano Christopher Hayes(1), cha piace ritrovare citato da Massimo Faggioli, in un limpido articolo scritto per il sito Treccani (2), che riprendiamo, ha sottoposto ad una critica radicale la posizione meritocratica, da lui accusata di essere un pilastro della nostra “età delle illusioni”. Se la critica “storica” rilevava già il rischio di una ipocrisia tipica di nuove classi dominanti, nell'esaltazione del merito a criterio di selezione, una sorta di antifeudalesimo legato al mercantilismo capitalistico, Hayes riprende il tema del legame fra meritocrazia ed oligarchia. La meritocrazia, nella sua analisi, è fra le basi delle crescenti diseguaglianze sociali ed economiche negli Stati Uniti. Laddove solo il merito viene premiato si creano livelli diversi in cui chi “sta sopra” si allontana via via da chi rimane al fondo della stratificazione sociale. “La meritocrazia - scrive Hayes - è un nostro ideale sociale, in particolare tra i liberali. Pari opportunità, ma non di risultato. Si tratta di una visione incredibilmente attraente. Ma la meritocrazia contiene i semi della propria distruzione. Si ammette la disuguaglianza. Come un ethos che non si fa problemi di ciò che i risultati saranno. È un sistema che produce più disuguaglianze e limita la parità di opportunità. La meritocrazia porta alla oligarchia”. Perchè? Perchè il lavoro di chi vuole l'eguaglianza è come quello di Sisifo, non è mai terminato. Ma è nel suo insistere che si trova l'energia per spostare in avanti realmente la società. Una necessità -aggiungiamo noi- quanto mai attuale proprio per superare il “blocco” imposto dalla crisi. Se invece si da per giusta e scontata la differenziazione, sia pure soltanto nei punti di arrivo, e se la si assume come una sorta di valore ideologico, lungi dall'essere più realisti e costruttivi si opererà per mantenere lo status quo, non per andare avanti.
IV)
Concordiamo con Hayes. E concordare non è poco, nell'attuale panorama culturale italiano che, provincializzato, ripete i luoghi comuni con più acritica adesione di quanto avvenga oltre gli oceani. Ma sappiamo di non potere fermarci qui. Fatta chiarezza, esercitata la critica all'ideologia, rimane il compito della politica, il compito del possibile e della mediazione positiva. Rifiutare un programma liberista, sia pure meritocratico e “moderno”, scrivere un programma dove vi sia il marchio delle culture socialiste e del cristianesimo sociale, può voler dire assumere la “pars destruens” del ragionamento dei “meritocratici” (l'istanza “superativa”) e renderla interna ad una riforma che si rivolga però a visioni ben differenti. La sfida è quella di dimostrare, dal nostro punto di vista, quali siano le vie per abbattere davvero barriere e posti di frontiera nei passaggi fra le classi e le generazioni. Il titolo è già scritto: “per una società dell'inclusione e dello sviluppo sostenibile, non dell'esclusione, anche se meritocraticamente riorganizzata”. Un titolo che, nella scuola, ha chiara legittimità e funzione sociale, perchè per vincere la crisi ed il degrado civile ci vuole un segno più, ci vuole una “grande quantità di uomini e donne di qualità”, come scriveva Cerroni.
La redazione di un nuovo programma non può nascere solo confrontando ed assemblando gli elementi già prodotti dalle forze politiche democratiche, e non può essere il compito di un prossimo Ministro,  da esse incaricato. Richiede un impegno partecipativo, di rilevante dimensione, ma già  urgentissimo. Sarà possibile porvi mano se l'obiettivo che si assumerà, cessando di essere tagliare e “riorganizzare”, si rivolgerà ad estendere sapere e formazione. Sarà possibile se il suo asse culturale sarà orientato non a parcellizzare le conoscenze ma a ricomprenderne l'unità e l'interdipendenza, se la valutazione delle competenze si intenderà messa al servizio del raggiungimento di un obiettivo educativo: la consapevolezza di essere cittadini da assicurare alle nuove generazioni.
(1) C. Hayes: “Twilight of the Elites: America After Meritocracy”. New York, Crown Publishing.

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"Riforma della scuola" n°15 del 30.9.2012