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Oltre il caso Roma: la scuola italiana è ancora di classe

Nessuno scandalo nel fatto che la scuola descriva l'utenza che ha, preoccupa invece che con quel linguaggio, anche involontariamente, si possa mandare alle famiglie un messaggio per condizionare la scelta su dove iscrivere i figli

21/01/2020
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ItaliaOggi

Marco Campione

Il nuovo caso di presunta «malascuola» riguarda un comprensivo di Roma che sul proprio sito ha descritto la composizione socio-economica dei plessi usando una terminologia non sempre appropriata ed evidenziando quali fossero quelli con «alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto», quelli con «il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana» e quelli che accolgono «prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell'alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori occupati presso queste famiglie».

Nessuno scandalo nel fatto che la scuola descriva l'utenza che ha, preoccupa invece che con quel linguaggio, anche involontariamente, si possa mandare alle famiglie un messaggio per condizionare la scelta su dove iscrivere i figli. “Da qui a trarne lo spunto per leggervi da parte di una scuola e di chi la dirige intenti di discriminazione, segregazione e ghettizzazione ce ne corre”, sono parole di Lena Gissi (Cisl scuola) che faccio mie.

Proviamo a ragionare allora in prospettiva, partendo dalle reazioni, che sono state di due tipi.

La prima è l'indignazione, tipica di chi guarda alla scuola da fuori e si sorprende per ciò che è purtroppo evidente, la scuola italiana è ancora di classe e fa fatica ad attenuare le diseguaglianze, come evidenziato periodicamente dalle indagini nazionali e internazionali.

La seconda, diffusa tra gli addetti, è la chiusura a riccio di chi confonde la rendicontazione con una vetrina e vede un problema nel fatto che la scuola sia obbligata a rendere pubblici quei dati, piuttosto che nella situazione ivi rappresentata, o, meglio, nei rischi connessi ad essa. Come se non descrivere una realtà la eliminasse; come se a pagare gli effetti di questa censura non sarebbero, una volta di più, le fasce deboli, dato che i ceti medio alti ricorrerebbero a canali informali. Sono atteggiamenti speculari e non colgono l'essenza del problema.

Cerchiamo piuttosto soluzioni, lasciandoci sullo sfondo il caso singolo. L'iscrizione nei comprensivi è sul singolo plesso, e questo può favorire la segregazione sociale. Se fosse all'istituto e non al plesso, almeno quando sono ravvicinati, consentirebbe di formare le classi con una maggiore eterogeneità. Si lavori di più e meglio su come vengono date le informazioni per le iscrizioni, su come vengono composte le classi, su cosa si fa, e con quali risultati, per ridurre la varianza degli esiti formativi degli alunni...

Peraltro la scuola di cui si parla ha anche questo tra gli obiettivi di miglioramento che si è data nel proprio rapporto di autovalutazione. Partire dai dati che le scuole, le famiglie, gli enti locali e il ministero hanno a disposizione, lavorare insieme, insistere su analisi del contesto, valutazione, autovalutazione e miglioramento: questa è la strada da seguire. Se le diseguaglianze sono la prima emergenza, e lo sono, non è cancellando le differenze dai siti internet, per lasciarle però tra i banchi, o secretando i rapporti di autovalutazione che faremo passi avanti.

*esperto di politiche scolastiche