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Non ci salverà il plexiglass

I dubbi sulla ripartenza della scuola a settembre

07/06/2020
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la Repubblica

Stefano Cappellini

La scuola italiana vanta un triste primato: è stata la prima a chiudere per l’emergenza Covid e sarà l’ultima a riaprire. Il decreto scuola è stato approvato ieri alla Camera, dopo giorni di battaglie e ostruzionismi, tra le assenze della maggioranza e dell’opposizione che, fosse stata presente a ranghi completi, avrebbe potuto affossare il provvedimento. Il decreto mette una toppa legale alla chiusura di un anno scolastico funestato dal virus. Ma sulla ripartenza a settembre è ancora buio.

Tuttora nessun membro del governo ha detto in modo definitivo e inequivocabile che il prossimo ciclo comincerà e andrà avanti in modo regolare. Certo, l’obiettivo dichiarato è riaprire. Ma come? Riducendo il numero di alunni per classe? Tagliando a 40 minuti l’ora di lezione per favorire più turni? Con le lezioni in spazi aperti? O inscatolando nel plexiglass gli studenti? Di tutte le ipotesi in campo la speranza è che almeno quest’ultima resti solo un’idea.

Colpisce molto che, mentre il governo è impegnato a evocare grandiosi progetti di rilancio dell’economia, dell’impresa e della pubblica amministrazione, la scuola continui a essere a margine del dibattito. Anche materialmente: la cifra fin qui stanziata, 1,4 miliardi, è largamente al di sotto delle stime sulle risorse necessarie per mettere in sicurezza l’avvio e lo svolgimento del prossimo anno scolastico.

Al salvataggio di Alitalia sono stati riservati tre miliardi.

Dicono molti esperti che ci sono delle ragioni oggettive a giustificare la cautela sul ritorno nelle aule di docenti, non docenti, alunni e genitori. Sarà senz’altro vero, anche se si fatica a comprendere la differenza con gli uffici, le fabbriche, i locali, i negozi e tutti gli altri luoghi chiusi nei quali la vita e il lavoro sono ripartiti. Con tutte le protezioni e le misure del caso. Comunque con dei rischi. Ma ripartiti. È difficile sfuggire al pensiero terribile che la scuola sia in ritardo sugli altri settori perché, a dispetto dei proclami e delle buone intenzioni, paga l’immagine di attività diseconomica che non produce profitti e non getta nessuno sul lastrico se resta serrata. Una attività marginale dove, più che altrove, si possono rimandare scelte e soluzioni, e senza una Conferenza dei professori o dei genitori in grado, come quella dei vescovi, di esercitare una pressione di altro genere per spingere alla riapertura.

Questa immagine è, naturalmente, un errore madornale. L’istruzione, oltre che diritto basilare, è da tempo considerata un fattore decisivo di crescita economica.

Come del resto anche la giustizia, altro settore che paga un ritardo strutturale nella riaccensione. Gli Stati lungimiranti investono in formazione cifre crescenti, consapevoli che si tratta non solo di formare cittadini educati alla cultura e alla conoscenza: nel buon funzionamento della scuola ci sono le fondamenta della capacità di innovazione di un Paese, della produttività e della sua mobilità sociale. Che è poi l’insieme di virtù che distingue una economia di mercato competitiva ed equa da quelle destinate a soccombe re e a decrescere infelicemente. Immaginare che i difetti di programmazione della riapertura possano essere temperati dal ritorno alle lezioni online significa rimuovere che un pezzo di Paese non ha accesso a questi strumenti e che la dispersione scolastica rischia di accrescere l’esercito degli inoccupati e, in alcune aree del Paese, la manovalanza della criminalità organizzata.

Un circolo vizioso da stroncare prima possibile. Non sappiamo se agli Stati generali dell’Economia previsti per la prossima settimana si parlerà anche di scuola.

Sarebbe il caso. Non sarà il plexiglass a salvarci dal disastro nazionale di un altro anno scolastico perso.