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"Noi usiamo lo smartphone come strumento didattico"

In due scuole di Milano e Torino

11/12/2019
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La Stampa

fabio poletti
milano
Gli studenti di terza del liceo scientifico Piero Bottoni di Milano, smanettano a più non posso sui loro smartphone durante l'ora di lezione. Niente Whatsapp, Spotify o TiKTok. Solo una sana lezione di fisica sotto lo sguardo attento del professor Alberto Martelli, docente di matematica e fisica: «Lo smartphone si è dimostrato uno strumento didattico straordinario. Direi indispensabile. Quando studiamo il moto dei corpi, faccio riprendere con la videocamera del telefonino l'oggetto che si sposta, poi con un apposito software facciamo tutte le misurazioni». Utile e coinvolgente sembra di capire. Gli studenti ne sono entusiasti: «Impariamo meglio». I genitori tirano un sospiro di sollievo: «Finalmente i nostri ragazzi hanno capito che non è solo uno strumento per giocare».
Uno «strumento di distrazione di massa», lo definisce il professor Martelli, quando se ne fa un uso improprio. Ma è proprio sicuro che siamo tutti attenti, e non stiano chattando o navigando per siti proibiti? La risposta del docente è da provetto educatore: «Per ora lo uso solo in terza, con i ragazzi più grandi, che hanno oramai 17 o 18 anni. Gli faccio capire che è un momento di reciproca fiducia. Devono essere consapevoli e responsabili. Il rischio ovviamente c'è sempre». In questa scuola alla periferia Ovest di Milano, 650 studenti in tutto, lo smartphone ad uso didattico è ben visto con qualche eccezione anche tra gli insegnanti.
Giovanna Mezzatesta, la preside del liceo, ne è consapevole: «Abbiamo iniziato ad utilizzarlo tre anni fa. Ma ci sono ancora insegnanti che hanno vecchi telefonini, che vorrebbero che gli smartphone venissero chiusi negli armadietti, come strumenti dannosi all'apprendimento». Il fatto è che non c'è una legge che regolamenta la materia. Il direttore generale dell'Ufficio scolastico, l'ex ministro Marco Bussetti, spiega: «Ogni scuola si regola come meglio crede. Dipende dalla disponibilità degli insegnanti». L'unica cosa sicura è che lo smartphone se lo devono comperare gli studenti. Anche se alcune scuole hanno avuto forme di agevolazione da parte delle aziende, ma solo per i device più grandi come tablet e computer. La preside del liceo Piero Bottoni ricorda che il suo uso consapevole in classe non può essere lasciato solo alla scuola: «Dipende molto dai genitori e dalle famiglie. Certo è sempre possibile che qualche ragazzo si distragga, ma questo succedeva pure ai miei tempi quando guardavamo fuori dalla finestra anziché seguire le lezioni».
Alla fine basta poco per coinvolgere gli studenti. Anche all'istituto tecnico Peano di Torino invece di usare la linea dura sull'uso dello smartphone in classe si preferisce trasformarlo in uno strumento didattico. «Lo faccio lasciare sul banco a disposizione, al pari di un quaderno o un libro. E chiedo di utilizzarlo per la ricerca delle parole o per la lettura di un testo», spiega Maria Rosa Quaglia, insegnante di italiano e responsabile della biblioteca dell'istituto di corso Venezia. «Con questo metodo ora i ragazzi sono meno propensi ad usare il telefono di nascosto: così le requisizioni si sono praticamente azzerate .Questo dimostra che la demonizzazione non serve».
All'istituto Peano le nuove tecnologie sono anche protagoniste nei percorsi di alternanza scuola-lavoro. L'iniziativa si chiama «Non siamo nativi digitali» e consiste in una serie di incontri dove i giovani spiegano agli anziani come si utilizzano smartphone e tablet e la filosofia dietro lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione.
(ha collaborato Matteo Roselli) —
© RIPRODUZIONE RISERVATA

fabio poletti
milano
Gli studenti di terza del liceo scientifico Piero Bottoni di Milano, smanettano a più non posso sui loro smartphone durante l'ora di lezione. Niente Whatsapp, Spotify o TiKTok. Solo una sana lezione di fisica sotto lo sguardo attento del professor Alberto Martelli, docente di matematica e fisica: «Lo smartphone si è dimostrato uno strumento didattico straordinario. Direi indispensabile. Quando studiamo il moto dei corpi, faccio riprendere con la videocamera del telefonino l'oggetto che si sposta, poi con un apposito software facciamo tutte le misurazioni». Utile e coinvolgente sembra di capire. Gli studenti ne sono entusiasti: «Impariamo meglio». I genitori tirano un sospiro di sollievo: «Finalmente i nostri ragazzi hanno capito che non è solo uno strumento per giocare».
Uno «strumento di distrazione di massa», lo definisce il professor Martelli, quando se ne fa un uso improprio. Ma è proprio sicuro che siamo tutti attenti, e non stiano chattando o navigando per siti proibiti? La risposta del docente è da provetto educatore: «Per ora lo uso solo in terza, con i ragazzi più grandi, che hanno oramai 17 o 18 anni. Gli faccio capire che è un momento di reciproca fiducia. Devono essere consapevoli e responsabili. Il rischio ovviamente c'è sempre». In questa scuola alla periferia Ovest di Milano, 650 studenti in tutto, lo smartphone ad uso didattico è ben visto con qualche eccezione anche tra gli insegnanti.
Giovanna Mezzatesta, la preside del liceo, ne è consapevole: «Abbiamo iniziato ad utilizzarlo tre anni fa. Ma ci sono ancora insegnanti che hanno vecchi telefonini, che vorrebbero che gli smartphone venissero chiusi negli armadietti, come strumenti dannosi all'apprendimento». Il fatto è che non c'è una legge che regolamenta la materia. Il direttore generale dell'Ufficio scolastico, l'ex ministro Marco Bussetti, spiega: «Ogni scuola si regola come meglio crede. Dipende dalla disponibilità degli insegnanti». L'unica cosa sicura è che lo smartphone se lo devono comperare gli studenti. Anche se alcune scuole hanno avuto forme di agevolazione da parte delle aziende, ma solo per i device più grandi come tablet e computer. La preside del liceo Piero Bottoni ricorda che il suo uso consapevole in classe non può essere lasciato solo alla scuola: «Dipende molto dai genitori e dalle famiglie. Certo è sempre possibile che qualche ragazzo si distragga, ma questo succedeva pure ai miei tempi quando guardavamo fuori dalla finestra anziché seguire le lezioni».
Alla fine basta poco per coinvolgere gli studenti. Anche all'istituto tecnico Peano di Torino invece di usare la linea dura sull'uso dello smartphone in classe si preferisce trasformarlo in uno strumento didattico. «Lo faccio lasciare sul banco a disposizione, al pari di un quaderno o un libro. E chiedo di utilizzarlo per la ricerca delle parole o per la lettura di un testo», spiega Maria Rosa Quaglia, insegnante di italiano e responsabile della biblioteca dell'istituto di corso Venezia. «Con questo metodo ora i ragazzi sono meno propensi ad usare il telefono di nascosto: così le requisizioni si sono praticamente azzerate .Questo dimostra che la demonizzazione non serve».
All'istituto Peano le nuove tecnologie sono anche protagoniste nei percorsi di alternanza scuola-lavoro. L'iniziativa si chiama «Non siamo nativi digitali» e consiste in una serie di incontri dove i giovani spiegano agli anziani come si utilizzano smartphone e tablet e la filosofia dietro lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione.
(ha collaborato Matteo Roselli) —