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No, la scuola non è tutta un quiz

Le sperimentazioni condotte negli Stati Uniti ed in Inghilterra hanno chiaramente dimostrato le difficoltà di legare le retribuzioni dei docenti ai risultati dei test e che gli svantaggi di questo approccio superano i vantaggi

08/01/2014
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Il Sole 24 Ore

G.Alluli

Le polemiche che sono scoppiate in questi giorni sui destini dell'Istituto nazionale di valutazione della scuola (per il quale ieri alle 23,59 sono scaduti stermini per la presentazione delle candidature alla presidenza, ndr) hanno finito per riproporre le tradizionali contrapposizioni tra coloro che identificano l'attività di valutazione con la semplice somministrazione di test e spingono per utilizzare i risultati delle prove per assegnare premi e punizioni ai docenti, e coloro che ne demonizzano l'uso, ritenendo i test fuorvianti ed inadatti a cogliere la complessità dell'azione educativa. Si tratta di posizioni largamente superate dalla realtà e dalle esperienze internazionali. Le sperimentazioni condotte negli Stati Uniti ed in Inghilterra hanno chiaramente dimostrato le difficoltà di legare le retribuzioni dei docenti ai risultati dei test e che gli svantaggi di questo approccio superano i vantaggi. Quindi va sgombrato il campo da questa idea, difficilmente applicabile, e pericolosa perL ché crea fortissime resistenze all'uso dei test nella scuola. Le resistenze ai test nascono invece spesso dalla poca conoscenza delle metodologie con cui vengono costruiti, metodologie che tendono a privilegiare il ragionamento e la capacità di applicazione delle conoscenze apprese, più che le semplici conoscenze. Non si tratta dunque di quiz, come talvolta si afferma. I test non costituiscono l'unico parametro di valutazione degli apprendimenti degli studenti, ma casomai offrono ai docenti elementi per confrontare i risultati dei propri studenti con quelli degli altri studenti a livello nazionale e locale, tenendo conto anche delle differenze del contesto; se mancano elementi di confronto, come si fa a giudicare i propri risultati? La riprova più evidente dell'importanza dei risultati dei test sta nella emersione del peso (sottovalutato) che l'ambiente sociale ed economico riveste sui risultati scolastici, e dei forti squilibri territoriali esistenti tra le aree del nostro Paese, squilibri che in passato rimanevano nascosti dietro l'omogeneità di facciata del nostro sistema scolastico nazionale; ed il problema si aggrava perché i voti assegnati dai docenti non riflettono queste differenze territoriali, al contrario sono più elevati laddove i risultati dei test sono inferiori. Ma l'aspetto più sorprendente è che molti sembrano ignorare i contenuti del Regolamento sul sistema nazionale di valutazione; il Regolamento risponde alle preoccupazioni di chi paventa una valutazione basata solo sui test e sui numeri, perché introduce un sistema equilibrato, basato non solo sulla rilevazione degli apprendimenti, ma anche su altri elementi, quantitativi e qualitativi, e chiarisce che l'attività di valutazione non è finalizzata ad assegnare premi e punizioni, ma a favorire il miglioramento nella scuola. Basterebbe leggere il Regolamento per sgomberare il campo dalle ansie che vengono manifestate sia dai sostenitori dell'uso dei test e delle metodologie quantitative (che rimangono un perno del sistema di valutazione), sia dai loro detrattori, che non avranno più motivo di temere che questi strumenti possano diventare l'unico metro di giudizio del loro operato. A questo punto occorre passare velocemente dalla norma alla pratica, e dunque applicare il Regolamento; ma per far questo è necessario superare approcci semplicistici: la valutazione della scuola è un'attività complessa, e richiede l'uso di test credibili, ma anche di altre tecniche di analisi; richiede indicatori statistici, perché offrono dei necessari punti di riferimento (altrimenti si ricadrebbe nelle semplici impressioni personali), ma anche analisi qualitative, come l'osservazione diretta della scuola; richiede l'autovalutazione, perché se manca il coinvolgimento personale dei docenti valutare serve a poco (basta vedere i fallimenti delle prime attività dell'Ofsted, in Inghilterra), ma anche la valutazione esterna, perché assicura il rigore dell'analisi. I migliori sistemi internazionali di valutazione si basano proprio su questo intreccio di metodi, e anche l'Invalsi negli ultimi tempi ha dimostrato di sapersi incamminare su questa strada. Insomma occorre utilizzare i diversi approcci per ottenere una conoscenza approfondita ed articolata del funzionamento delle scuole, in modo da valorizzarne i punti di forza e sostenere le aree critiche, integrando analisi quantitative e qualitative, nella consapevolezza dei limiti degli strumenti disponibili, ma anche delle importanti informazioni che queste attività possono offrire per migliorare il sistema scolastico italiano.