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Ministra, ho fatto un sogno

Lettera di una professoressa

05/08/2020
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la Repubblica

di Viola Ardone

Cara ministra Lucia Azzolina, da più di un mese faccio un sogno ricorrente: non è l’ultimo esame all’università, ma il primo giorno di scuola. Forse perché non c’è stata a giugno un’ultima campanella a suggellare ritualmente la fine di un anno scolastico che è rimasto tronco, sfigurato dalla ferocia di una epidemia che ci ha trovato indifesi e impreparati. Per questo una parte di noi – docenti, alunni, presidi – è rimasta, idealmente, tra le mura della scuola. Ed è proprio lì che torno in sogno: è il primo giorno del nuovo anno, entro in classe ma l’aula è vuota.

Dove sono i miei alunni? E i colleghi? Sono io ad essere fuori posto o è tutto il resto che è sbagliato?

La verità, cara ministra, è che mi sento impreparata, e non mi piace: per deformazione professionale o per ostinazione personale. Che anno sarà, mi chiedo, l’anno che verrà? Ci sono cose che so, cose che nessuno può sapere e infine cose che ancora oggi, a un mese esatto dall’inizio, restano oscure per me, per i miei alunni, per le loro famiglie e per tanti colleghi.

Quello che so è che esiste un Piano scuola per il rientro a settembre, che la distanza tra gli alunni dovrà essere di almeno un metro, che gli istituti saranno igienizzati e che qualcuno rileverà la temperatura a docenti e alunni all’ingresso. So che, in base all’autonomia scolastica, i dirigenti avranno il compito gravoso di immaginare, caso per caso, le soluzioni più idonee per garantire spazi adeguati e condizioni di sicurezza per tutti gli “abitanti” della scuola.

So che al nostro rientro nelle aule troveremo banchi singoli o forse quelli più “avveniristici” con le ruote, per le scuole che ne avranno fatto richiesta. E so anche che questo non sarà un elemento dirimente, perché non è il banco che fa la scuola ma la metodologia didattica che seleziona strumenti adeguati alle sue esigenze; e anche perché questa, come altre polemiche estive (il plexiglas, gli ingressi scaglionati, i tripli turni…) rischia solo di fare sprofondare questioni più cogenti in “banchi” di nebbia che nascondono alla vista altre questioni.

Quello che nessuno può sapere è: se e quando l’emergenza virale avrà una recrudescenza e se le scuole chiuderanno di nuovo le porte. So però che in quel caso saremo meno impreparati e più competenti. Poi ci sono gli spazi bui, che alimentano le ansie notturne. Dubbi piccoli come zanzare fastidiose, banali incertezze – sarà possibile interrogare alla cattedra? Useremo gli attaccapanni affissi alle pareti per appendere i cappotti? La solita scusa per poter chiamare casa e farsi venire a prendere dai genitori («prof., credo di avere la febbre») ci getterà nel panico? – e dubbi grandi come montagne. Mi chiedo ad esempio se le modalità della didattica a distanza saranno più definite, in modo da garantire uno standard per tutte le scuole di ogni ordine e grado ed evitare che, come è accaduto nei mesi passati, ogni istituto proceda in ordine sparso. Se ci sarà modo e tempo per predisporre una piattaforma nazionale per la Dad, da utilizzare poi a integrazione e supporto della imprescindibile didattica in presenza, anche fuori dall’emergenza. E, poi, cosa ne sarà del tempo pieno, delle mense scolastiche, dei progetti extracurricolari, delle attività sportive: in molti contesti le ore trascorse a scuola sono l’antidoto più efficace alla dispersione scolastica e alle agenzie formative “concorrenti”, quelle della criminalità. E d’altro canto l’organizzazione di tante famiglie si regge sul tempo prolungato, la cui mancanza costringerebbe uno dei due genitori (e spesso sono le donne a fare un passo indietro) a rinunciare in tutto o in parte al lavoro.

Si parla di abolizione delle “classi pollaio” (definizione ormai consolidata ma involontariamente fumettistica), ma, una volta ridotto il numero di alunni per classe, è necessario provvedere all’assunzione di nuovi docenti, dirigenti e personale ausiliario. Saremo pronti per l’inizio delle lezioni? E infine: sarà possibile metter mano in tempi brevi a un piano organico per rimodernare le scuole, ampliarle, costruirne nuove?

Sono sicura che queste incognite, cara ministra, attraversano anche i suoi sogni. Il mondo della scuola in questo momento ha bisogno di poter contare sulla certezza che esiste una regia, un progetto forte, che consideri l’istruzione il motore dello sviluppo di questo Paese. La prima cosa da salvare quando la casa è in fiamme.

Perché il 14 settembre, quando per tutti noi suonerà di nuovo la campana, nessuno manchi all’appello.

Viola Ardone insegna in un liceo di Napoli e ha scritto “Il treno dei bambini” (Einaudi Stile Libero, 2019)