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Mi si è ristretta la borsa di studio

In confronto a Francia, Germania e Spagna gli aiuti economici per gli studenti italiani sono i più bassi. E al taglio del welfare universitario si aggiunge il calo delle matricole negli atenei Ma adesso qualche segnale di ripresa si vede Lo rivela la ricerca della Fondazione Agnelli

18/02/2016
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la Repubblica

Corrado Zunino

Gli universitari meritevoli di una borsa di studio ma mai saldati, dopo dieci anni di proteste approdate alla luna, ora hanno un lavoro scientifico su cui poggiare le loro rivendicazioni. Dice il lavoro (della Fondazione Giovanni Agnelli): le borse di studio universitarie, che sono il cuore del sostegno per uno studente fuoricorso, l’appoggio per la sopravvivenza in ateneo per uno studente non abbiente, non solo restano le più basse nell’Europa occidentale, ma sono anche diminuite. Nei sette anni presi in considerazione — dal 2007 al 2014 — da noi le studentship finanziate sono scese del 9 per cento mentre in Spagna sono salite del 55 per cento, in Germania del 32 e in Francia del 36.
Sulle borse di studio, ai 162 milioni di euro di base il governo ha aggiunto 55 milioni nell’ultima Legge di Stabilità portando la cifra a sostegno del sussidio universitario a quota 217 milioni. Una netta virata. Nel settennio considerato, tuttavia, i nostri beneficiati sono passati da 151 mila a 138 mila — il 12 per cento degli studenti regolari — quando in Spagna sono arrivati a sfiorare i trecentomila, in Germania sono diventati 439mila e in Francia 640mila, cinque volte i borsisti (pubblici) italiani.
Colpisce che il taglio del welfare universitario (che ha toccato il punto più basso nel 2010-11, ma ancora nel 2014-2015 premiava solo 135mila studenti) coincide con la discesa degli immatricolati ateneo per ateneo. I diciannovenni che si sono iscritti all’università nel 2013 sono crollati di oltre undici punti percentuali rispetto al 2004 per risalire un filo la stagione successiva e, cifre ufficiose, anche quest’anno. «In tempi di crisi gli altri tre grandi paesi europei sull’istruzione hanno fatto investimenti anticiclici, noi abbiamo assecondato il ciclo negativo», dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. «Le borse di studio pubbliche aiutano le famiglie svantaggiate a far emergere i loro ragazzi». L’investimento in istruzione, lo dicono studi diversi, rende più di ogni altro in termini economici: il 9 per cento in media.
È dottrina acclarata, e qui trova una conferma. Nel 2004 è approdato all’università il 47 per cento dei liceali (meno della metà) e il 34 per cento di chi era iscritto a un istituto tecnico. Dieci anni dopo, con la forte limatura degli iscritti nelle facoltà, si osserva che i liceali (statisticamente figli di famiglie più agiate) salgono al 57 per cento togliendo dodici punti agli studenti tecnici (ragioneria, istituti turistici) e facendo scendere dall’otto al cinque per cento i ragazzi maturati negli istituti professionali. Se si guardano i numeri assoluti, poi, si vede che i “non liceali” che proseguono gli studi dopo la maturità in dieci anni si dimezzano. «C’è un problema di accesso all’università da parte degli studenti con un background socioculturale sfavorevole », si legge nel dossier.
Come da tradizione economica italiana, anche su questo tema la questione geografica diventa uno spartiacque decisivo. Ancora nel 2014 nove regioni su venti avevano bonificato la borsa di studio a tutti gli studenti idonei. Solo due erano del Sud: Abruzzo e Basilicata. Quest’ultima, tra l’altro, è tra le quattro che è riuscita a premiare tutti i meritevoli per sei anni di fila. E se in Toscana una singola borsa di studio annuale vale 3.707 euro lordi e in Emilia Romagna 3.650, in Sardegna si scende di milleduecento euro e in Campania — l’erogazione più povera — a 2.441 euro.
La Fondazione Agnelli in chiusura chiede allo Stato «un consistente rifinanziamento» dei sussidi universitari e critica le scelte di politica larga del governo Renzi: i 500 euro ai diciottenni che nel 2016 costerà 288 milioni. Poi, ricordando che da noi sono tre le fonti pubbliche (risorse di Stato, delle Regioni, tassa regionale di 140 euro pagata da tutti gli studenti) chiede di spostare dall’ente locale alle singole università la responsabilità del finanziamento: «Sarebbero più motivate a gestire le borse di studio, a far crescere gli iscritti». È la stessa posizione — le borse di studio direttamente alle università — del ministro Stefania Giannini.
Diversi atenei pubblici già oggi integrano autonomamente i “buchi di Stato”. La Bicocca di Milano ha stanziato 1,8 milioni per sostituire i fondi regionali mancanti e in due stagioni ha erogato 300mila euro a mille studenti con voti alti attraverso i crediti di merito. La Cattolica, nel 2014, ha messo 900 mila euro per far recuperare il sussidio mancante agli “idonei non beneficiari”.
Quest’anno gli studenti universitari italiani hanno scoperto un nuovo problema, che ha escluso dalle borse di studio un altro 21 per cento di iscritti (in Sicilia si arriva a punte del 40 per cento). La riforma dell’Isee, l’indicatore del reddito familiare, ha alzato la soglia per aver diritto al premio di studio. La revisione non solo ha vanificato l’intervento del governo, i 55 milioni messi in Legge di stabilità, ma ha peggiorato le cose portando gli idonei dai 135mila del 2015 a 107mila (se confermato, sarebbe il record negativo di sempre). Senza interventi sanatori 28.371 ragazze e ragazzi, pur non avendo cambiato la propria situazione patrimoniale, non otterranno alcuna borsa. Gli studenti della Link hanno denunciato la questione chiedendo di alzare il reddito familiare sotto il quale scatta il sussidio da 21mila euro a 23mila. Il Miur si è impegnato a intervenire entro dieci giorni. Cinque regioni sono pronte a cambiare rotta nell’anno in corso.

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