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Meno giovani? La società non cresce

Per Chiara Pronzato, demografa, una scuola che forma adulti più qualificati è centrale per limitare gli effetti del calo demografico, per questo gli investimenti non vanno ridotti

06/05/2022
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Collettiva.it

Stefano Iucci

Quasi 133.000 studenti in meno nelle prime classi di ogni ordine e grado. Il prossimo anno sarà così: la comunicazione arriva direttamente dal ministero dell’Istruzione. L’andamento è costante nel tempo e i numeri non mentono. Complessivamente gli alunni che hanno frequentato le nostre scuola erano, nell’anno scolastico 2016-17, 7.805.857; in quello che si sta concludendo sono stati 7.399.460: con una perdita secca di ben 406.397 tra ragazze e ragazzi. Nulla di nuovo, si dirà: la conseguenza automatica del calo demografico che affligge i paesi cosiddetti ricchi: ma ci si può davvero definire tali quando si perde popolazione soprattutto nella fascia più giovane? Quale futuro possono attendersi questi paesi se il trend va avanti da anni e non si intravvedono mutamenti di rotta? “Il punto è proprio questo – spiega Chiara Pronzato, docente di Demografia all’Università di Torino –: la distribuzione del calo demografico tra le diverse fasce d’età. Il ridimensionamento della popolazione - in un mondo sovrappopolato – può non essere un problema, ma diventa tale se si concentra tra adulti e ragazzi, che è quello che avviene nei paesi ad alto reddito”.

Perché?
Le ragioni sono facilmente intuibili. Gli adulti sono quelli che devono prendersi cura dei bambini e degli anziani: sia nel senso, appunto, della cura, ma anche in quello della produzione di beni e servizi. Lavorano, pagano le tasse e così finanziano sanità, welfare, scuole. Ovviamente che la vita si allunghi è una buona notizia, quella brutta è che nascono pochi bambini. Chi lavorerà tra 20 anni? Insomma, la questione importante riguarda l’equilibrio tra le generazioni: meno bambini e adulti oggi, significa che in futuro sarà difficile mantenere il livello di benessere che abbiamo raggiunto.

Concentriamoci sulla scuola. Nel Def la spesa per l'istruzione negli anni 2022-2025 scende dal 4 al 3,5% del Pil, cioè di 7,5 miliardi di euro. La giustificazione è, appunto, il calo demografico che comporta meno studenti in classe. Cosa ne pensa di questa scelta?
Ne penso male. L’unico aspetto positivo della contrazione demografica sarebbe quello di ridurre il numero di studenti per classe: cioè avere più qualità. Una cosa che si potrebbe fare facilmente, senza cambiare niente. È ormai riconosciuto da tutti che le classi più piccole funzionano meglio. 

E una scuola migliore secondo lei è anche utile per limitare gli effetti del calo demografico?

Certamente. Ragazze e ragazzi meglio formati saranno lavoratrici e lavoratori migliori, più produttivi: potranno in parte ridurre gli effetti di cui parlavamo, e cioè che nascendo meno persone ce ne saranno meno a lavorare e dunque a garantire quella produzione di beni e servizi necessari per il nostro benessere. Una scuola migliore, secondo me, dovrebbe aiutare anche ad aumentare la presenza delle donne nel mercato del lavoro: ce ne sono troppe che, pur avendo studiato, non lavorano. Gli uomini in attività sono il 70%, le donne il 50: e non va bene. 

Torniamo al calo demografico. Non è un tema solo italiano…
Ovviamente no. Riguarda i paesi ricchi, anche se un po’ meno gli Usa e più il Sud che il Nord dell’Europa. Il problema riguarda i paesi ad alto reddito, quelli a medio reddito sono generalmente i più virtuosi, mentre quelli a basso reddito fanno troppi figli, anche se persino in Africa ormai si sta assistendo a una riduzione in circa metà dei paesi del continente. La virtù come sempre sta nel mezzo: i paesi con più ampie prospettive di crescita sono quelli dove la classe di età più numerosa è quella degli adulti, rispetto ad anziani e bambini. Se si fanno troppi figli, si ha poi difficoltà, soprattutto per le donne, a poter lavorare.

Insomma: in Italia nascono pochi figli e le scuole si svuotano. Cosa fare?
Le risposte sono due e sono quelle classiche. Possiamo agire su due fronti: fare in modo che nascano più figli e stimolare l’accoglienza di migranti, che hanno un tasso di fecondità più elevato. Nel primo caso le ricette sono quelle che conosciamo: poiché i figli costano molto – e costano per tutta la vita – servono sostegni economici (sotto forma di assegni o bonus) e anche di tempo. E qui torniamo alla scuola: una diffusione sempre maggiore del tempo pieno sarebbe certamente un buon sostegno alla genitorialità. Credo, inoltre, che da questo punto di vista sarebbe molto utile che anche nel nostro paese si affermasse il cosiddetto parenting, cioè l’accompagnamento psicologico e pedagogico alla genitorialità. Viviamo in una società in cui il benessere diffuso e una sempre maggiore attenzione alla soddisfazione individuale – che io certamente non condanno: è il nostro tempo – ci fa avvertire la genitorialità spesso come un peso, un sacrificio. Quello che viene chiesto oggi a madri e padri è tantissimo, e dunque anche qui c’è bisogno di supporto


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