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Manifesto-Università allo stremo, il governo ascolti i ricercatori

DS "Università allo stremo, il governo ascolti i ricercatori" Parla Flaminia Saccà, responsabile atenei e ricerca: "Basta con il precariato, ci vuole il ruolo unico del sapere" MATTEO BARTOCCI...

10/04/2004
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il manifesto

DS
"Università allo stremo, il governo ascolti i ricercatori"
Parla Flaminia Saccà, responsabile atenei e ricerca: "Basta con il precariato, ci vuole il ruolo unico del sapere"
MATTEO BARTOCCI
"Il vasto movimento di protesta negli atenei mi sembra non solo legittimo ma soprattutto necessario, perché l'università italiana è allo stremo". Ha le idee chiare Flaminia Saccà, giovane responsabile università e ricerca dei Ds.

Perché sono soprattutto i ricercatori precari a scendere in piazza?

Era fatale che prima o poi emergesse la vastissima fascia di precariato che ormai tiene letteralmente in piedi le università italiane. Non sono però solo i precari ad essersi ribellati contro il ddl Moratti: ci sono anche i ricercatori già in ruolo e moltissimi docenti. Anche i vertici delle facoltà hanno bocciato la riforma del centrodestra, con i presidi e i senati accademici. Il problema dei giovani è però finalmente emerso come il vero problema numero uno dell'insegnamento e della ricerca universitari. I problemi riguardano tutti, per questo la protesta è trasversale.

Qualcuno la definisce corporativa...

E' una definizione del tutto impropria. Cosa c'è di corporativo in chi protesta dall'alto di dieci anni di precarietà?

Qual è secondo lei l'aspetto peggiore della riforma Moratti?

L'assurdità che salta immediatamente agli occhi sono i 29 anni di precariato, istituzionalizzato e reso permanente. Inoltre il processo di contrattazione continua che si vuole instaurare tra docenti e ricercatori con gli atenei non solo è devastante dal punto di vista professionale e individuale, ma mette in crisi la possibilità di una gestione democratica e partecipata dell'università, che resterebbe fatalmente in mano agli ordinari di lungo corso. Questa riforma mina il processo naturale della ricerca e la sua autonomia, spezzettando la carriera in un girone dantesco.

Dietro la riforma si intravede il modello di "teaching university" americano. E' applicabile da noi?

Credo che ricerca e didattica non si possano scindere. Soprattutto in un contesto come quello italiano.

Al centro della protesta finiscono però anche le leggi del centrosinistra. Non sarebbe auspicabile un po' di autocritica sulle riforme Zecchino e Berlinguer?

Io credo che i governi di centrosinistra abbiano innanzitutto difeso il diritto allo studio. Né abbiamo mai messo in discussione i docenti di terza fascia, né ipotizzato di mettere in esaurimento i ricercatori. Pensiamo invece a un percorso di formazione unico per la ricerca, che preveda il dottorato, alla fine del quale devono stabilirsi contratti di ricerca post-doc e poi l'entrata in ruolo. Punto. Oggi invece c'è una giungla di percorsi che non dà né certezze, né diritti come la maternità, le malattie o la previdenza. La nostra proposta è in linea con quanto accade in Europa. L'Italia del centrodestra invece non solo ha fallito gli obiettivi di Lisbona sui fondi alla ricerca ma propone anche percorsi di carriera unici al mondo.

Perché si ha l'impressione che nei Ds non ci sia una opinione unica e definita sui temi dell'università e della ricerca?

Non credo che oggi ci sia questo problema. Abbiamo avviato un tavolo programmatico di tutto l'Ulivo e ascoltato i docenti, le associazioni di dottorandi, i ricercatori precari e senza presa di servizio. Con molti di questi soggetti, c'è anche una base di accordo sulla sostanza delle nostre proposte.

Il cosiddetto "3+2" per i corsi di laurea da voi introdotto ha funzionato o c'è qualcosa da registrare?

Io difendo il "3+2". Prima le lauree non funzionavano affatto: si diplomava solo una ristretta élite di persone. Era un'università di massa solo a parole. Il "3+2" ha permesso l'accesso a persone di estrazioni diverse.

Non c'è stata una proliferazione dei corsi di laurea?

Secondo i dati ufficiali del Miur l'incremento non arriva nemmeno all'8%. C'è stato invece un aumento del 12% degli iscritti, che è un risultato apprezzabile. Sicuramente però qualche problema nell'applicazione c'è, e alcuni miglioramenti sono quindi necessari.

Mobilitarsi solo contro il ddl Moratti non rischia di impedire una discussione seria su tutto quello che non va nelle università, per esempio sul "baronato"?

Spero che lo si faccia. E' la prima volta che un movimento così trasversale non solo si oppone a una riforma ma si impegna anche a discutere il senso stesso del sapere universitario. Il dibattito è a buon punto e un appuntamento importante sarà la manifestazione nazionale del 23 aprile a Roma. Bisogna dare vita a una battaglia culturale contro tutte le forme di sfruttamento, malcostume e opacità che tuttora esistono nel mondo accademico. Il problema è capire di quali trasformazioni ha bisogno l'università. E le idee che vengono dalle persone che lì studiano e lavorano vanno incoraggiate, cosa che il metodo delle leggi delega scelto dal governo certamente non fa.