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Manifesto-Licenziata in nome di dio

Licenziata in nome di dio Incinta, non sposata. Per la curia non può più insegnare religione. La Cassazione: bene così CINZIA GUBBINI ROMA Lei, Simonetta, rifarebbe "tutto quello che ho fatto...

27/02/2003
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il manifesto

Licenziata in nome di dio
Incinta, non sposata. Per la curia non può più insegnare religione. La Cassazione: bene così
CINZIA GUBBINI
ROMA
Lei, Simonetta, rifarebbe "tutto quello che ho fatto". E cioè portare avanti una gravidanza fuori dal matrimonio, rispondendo, tra l'altro, a un precetto cattolico: "una vita va protetta". E quando guarda suo figlio che oggi ha 4 anni dice: "Sono felice di ciò che ho fatto. Essere madre è una gioia che non ha prezzo". Era e resta cattolica, Simonetta, nonostante la chiesa, a un certo punto della sua vita, le abbia girato le spalle. In base al codice canonico, al concordato che lega santa sede e stato italiano, nonché in base all'intesa tra ministero dell'istruzione (allora pubblica istruzione) e Cei dell'85, quando rimase incinta senza essere sposata venne rimossa dal suo posto di insegnante di religione, che nel `98 ricopriva - da dieci anni - presso la scuola media Poliziano di Firenze. Secondo il vescovo della città, infatti, non era più idonea per quel ruolo in quanto "nubile in stato di gravidanza".

Simonetta ha fatto ricorso, appoggiata dall'avvocato Paolo De Angelis. E' passata per tre gradi di giudizio. L'ultimo si è concluso ieri, con la sentenza della Corte di cassazione che le ha negato il reintegro. "L'ordinario diocesano è l'unica autorità legittimata ad attestare l'idoneità del docente all'insegnamento della religione cattolica", scrive la corte; di più, siccome la nomina degli insegnanti di religione si rinnova di anno in anno, quello di Simonetta non può neanche considerarsi un licenziamento, bensì un'"estinzione" del rapporto di lavoro.

Storia amara, ma anche ennesima dimostrazione delle storture inevitabili quando lo stato cede una parte della propria giurisdizione alla chiesa. Tra le righe lo dice anche la sentenza della cassazione; che, richiamando la legittimità riconosciuta dalla consulta agli accordi che regolano i rapporti tra stato e chiesa, scrive: "I riflessi negativi sui livelli di tutela della maternità ne sono la semplice, necessaria, conseguenza. Inidonei, come tali, a inficiare la compatibilità costituzionale dei fattori che ne sono causa". Come dire, in base alla costituzione italiana Simonetta ha perfettamente ragione, ma nella veste di insegnante di religione cattolica transita in un'altra giurisdizione, quella della chiesa. E all'articolo 804 del codice canonico si dice che il vescovo si dà premura di assicurare che gli insegnanti di religione cattolica "siano eccellenti per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica". Rientra nella "testimonianza cristiana" decidere di portare avanti, comunque, una gravidanza? Molti direbbero di sì, ma se il vescovo dice di no, c'è poco da fare.

L'avvocato De Angelis non è d'accordo e annuncia che, forse, farà ricorso alla corte europea. Il suo ragionamento è semplice: "Io non metto bocca su quello che dice il vescovo. Ma è mai possibile che, di fronte a un giudice ordinario, la decisione del vescovo sia insindacabile? Il giudice deve rispondere in base ai codici dello stato italiano, e non in base a quello canonico".

Vecchia storia, vecchia aporia. Come si fa considerare gli insegnanti di religione lavoratori come tutti gli altri se vengono inseriti nelle scuole senza alcun concorso pubblico e, per di più, previo placet del vescovo? La legge in discussione al senato, caldeggiata dal centrodestra e da alcuni sindacati come la Cisl, prova a risolvere la situazione. Optando per un rimedio che è peggiore della malattia. Il governo, infatti, intende immettere in ruolo gli insegnanti di religione senza inficiare l'autorità del vescovo e assicurando, quindi, il reintegro immediato nell'organico dei lavoratori che, come Simonetta, venissero ricusati dalla Curia.

"Esiste un vizio di fondo da cui non si esce - commenta Marcello Vigli, dell'associazione Scuola della Repubblica - se si decide di inserirsi nell'amministrazione attraverso un canale non controllato dallo stato, non si può pretendere di godere di tutte le tutele offerte dallo stato". "Non è ammissibile che ci siano cittadini italiani, e in particolare cittadini per cui ogni stato democratico prevede forme di tutela, che si trovino sottoposti a una doppia giurisdizione - osserva Maria Rosaria Manieri, responsabile scuola dello Sdi - la scelta del governo di inserire permanentemente nei ruoli docenti gli insegnanti di religione, lasciandoli tuttavia sottoposti all'approvazione delle gerarchie della chiesa, è sbagliata"

E qualche problemino alla destra, che da un lato appoggia indiscriminatamente l'immissione in ruolo degli insegnanti di religione (largo bacino di voti), ma dall'altro non metterebbe mai in discussione il ruolo della chiesa, la sentenza di ieri lo pone. Quindi il ministro per le pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, che "rispetta la decisione della corte", ricorda come "la maternità vada sempre tutelata", e si sorprende che la chiesa"sia risultata meno indulgente che in altre occasioni". In pratica, triplo salto mortale. Per Riccardo Pedrizzi, responsabile per le politiche della famiglia di An, invece, "la sentenza è ineccepibile". E stiano tranquilli i "laicisti": "Sono pochi i casi in cui l'insegnante di religione cattolica viene privato dall'idoneità". Tutto sta ad avere fede..