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Manifesto - La scuola si fa in venti

La scuola si fa in venti ENTI LOCALI Adriana Buffardi: "Affidare i curricula alle regioni significa compromettere l'autonomia" CINZIA GUBBINI - ROMA La scomparsa dell'obbligo, una delega troppo...

02/02/2002
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il manifesto

La scuola si fa in venti
ENTI LOCALI Adriana Buffardi: "Affidare i curricula alle regioni significa compromettere l'autonomia"
CINZIA GUBBINI - ROMA

La scomparsa dell'obbligo, una delega troppo ambigua, il rischio di una regionalizzazione dei curricula. Sono numerosi i pericoli che Adriana Buffardi - coordinatrice per la conferenza Stato-Regioni del comitato politico degli assessori all'istruzione - vede dietro al disegno di legge approvato ieri dal Consiglio deri ministri.

C'è chi dice che questa sia una riforma federalista. Lei cosa ne pensa?

Non penso affatto che sia un riforma federalista. Sicuramente si dice che la formazione professionale viene trasferita alle Regioni, e in questo senso si rispettano le competenze. Ma questo trasferimento è stato deciso senza che ci fosse il minimo confronto con gli istituti regionali. Fare una riforma federalista significa guardare alle regioni, nell'ambito delle competenze ad esse riconosciute, come a soggetti con cui cercare un confronto costante anche sui contenuti. Ad esempio, nel disegno di legge approvato non si capisce in che modo la formazione professionale verrà collocata all'interno degli ordinamenti.

Una delle novità del ddl è che una quota dei curricula verrà affidata alle Regioni...

Ecco, questa è una cosa che considero molto negativa, anche se per ora la delega è decisamente ambigua per cui non si capisce quale sarà la qualità, la quantità né si capiscono le modalità. Per la verità mi sembra che venga affidata alle Regioni quella quota curriculare che prima era affidata alla scuola autonoma attuando una visione centralista del decentramento. Trovo sia una scelta sbagliata, perché da una parte viene indebolita l'autonomia delle scuole, dall'altra viene interpretato male il ruolo delle Regioni. Finora, invece, le sperimentazioni sono state molto positive. Posso fare l'esempio della campania (Buffardi è l'assessore all'istruzione della Regione Campania, ndr), dove sono stati creati percorsi su diversi argomenti - dalla pace, alla legalità, alla valorizzazione dei beni artistici - che sono stati offerti come sponda agli insegnanti delle scuole, i quali hanno interpretato e si sono rapportati autonomamente alle opportunità messe in campo dalla Regione.

Ora quale potrebbe diventare il ruolo degli istituti regionali?

Si potrebbe arrivare a una regionalizzazione dei curricula, una prospettiva che considero gravissima. La regionalizzazione dei programmi porterebbe con sé una disomegeneità dei curricula e dei percorsi, con la conseguente ablizione del valore legale del titolo di studio.

Cosa ne pensa dell'impostazione che è stata data alla richiesta di una delega sulla riforma?

Penso sia molto pericolosa. Mentre all'inizio del primo articolo del testo di legge sembra che la delega servirà per incidere sugli aspetti finanziari della riforma, andando avanti si evince che la competenza sarà ben più larga per esempio sulla formazione degli adulti e sull'edilizia scolastica. Per non parlare del resto degli articoli, che lasciano intendere che la delega sarà utilizzata anche sugli ordinamenti. In questo modo si sottraggono al dibattito parlamenetare argomenti centrali. Tanto più che questa riforma nasce senza il minimo confronto con le parti sociali e con gli enti locali. Non esistono, infatti, solo le Regioni: ci sono anche i comuni e le province.

Alla fine il termine "obbligo scolastico" non c'è sul serio. Lei è sempre stata molto attenta a sottolineare questa strana scomparsa.

Sì, perché davvero non riesco a capire per quale motivo il governo insista tanto a voler eliminare questo termine, che appare nella Costituzione ed è stato usato in tutte le legislazioni d'Europa. In questo modo si dersponsabilizza il pubblico e oltretutto si rende evanescente l'effettività dell'obbligo fino a 15 anni. Forse, siccome di fatto lo si riporta a 14 anni, ci si vergogna a chiamarlo "obbligo".