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Manifesto - Devolution sul piede di partenza

Devolution sul piede di partenza Bossi presenta il suo progetto. "Si farà, e presto" garantisce Berlusconi GIOVANNA PAJETTA - ROMA Questa volta perfino Umberto Bossi è soddisfatto. La t...

22/11/2001
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il manifesto

Devolution sul piede di partenza
Bossi presenta il suo progetto. "Si farà, e presto" garantisce Berlusconi
GIOVANNA PAJETTA - ROMA

Questa volta perfino Umberto Bossi è soddisfatto. La tanto agognata devolution è finalmente uscita dai cassetti del suo ministero per comparire a palazzo Chigi, sul tavolo del consiglio dei ministri. Certo, per ora il testo del disegno di legge è stato solo distribuito ai presenti, discussione e varo sono rinviati. Ma è Silvio Berlusconi, quando nel pomeriggio parla alla platea dei "governatori", a garantire che i tempi saranno brevi. E, soprattutto, abbinati all'altra riforma, quella varata a suo tempo dall'Ulivo. Confermata dal referendum di ottobre, e finora priva di gambe, ovvero di leggi attuative. "Viva il titolo V e viva la devolution" quindi, per dirla con Roberto Formigoni. Anzi, per ribadire il concetto il presidente della Lombardia, da sempre accanito sostenitore dei progetti bossiani, chiede che da subito si marci tutti assieme. Magari inserendo lo stesso Bossi nella "cabina di regia" che, sotto l'egida del ministro per gli affari regionali La Loggia, dovrà provvedere a tradurre in fatti la riforma di ottobre.
In realtà molto è ancora da definire. Non è un mistero che molti in entrambe le sedi, il consiglio dei ministri e la Conferenza dei presidenti delle Regioni, di devolution non vogliono nemmeno sentirne parlare. Primo tra tutti il piemontese Enzo Ghigo, che preferisce fare orecchi da mercante alla proposta di Formigoni. Ma visto che ormai la macchina è partita, tutti devono far buon viso a cattivo gioco. Magari cercando di modificare in corsa la radicalità del progetto leghista. "Berlusconi ha garantito che si terranno in dovuta considerazione indicazioni e emendamenti proposti dagli enti locali" dice così Ghigo, presidente oltre che del Piemonte dell'intera Conferenza dei presidenti delle Regioni. Mentre il premier, magnanimo, invita al tavolo anche l'opposizione, dicendo che per modificare la Costituzione ci vuole "spirito bipartisan".
Peccato però che il testo di Bossi, presentato dall'autore come "una rivoluzione copernicana", si presenti come un pacchetto semplice e compatto, difficile da smontare. Composto di soli quattro articoli, è incardinato attorno alla modifica, radicale, dell'articolo 117. Là dove la Costituzione parla delle competenze dello Stato e delle Regioni, il leader della Lega ha inserito infatti un macigno. Ovvero la potestà legislativa esclusiva delle Regioni su sanità, scuola e polizia locale. Su tutti e tre i terreni, le Regioni che ne faranno richiesta, potranno intervenire a loro piacimento sia sul piano organizzativo che, nel caso della sanità e della scuola, sull'impostazione generale. Fatta salva la griglia generale indicata dal ministero, a ognuno toccherà infatti "la definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico delle regioni". Ancora più radicale la riforma della sanità, perché qui è l'intera "assistenza e organizzazione sanitaria" a essere trasferita in sede locale. Mentre sul terreno della sicurezza ci si limita al titolo, "polizia locale". Termine generico, dietro cui, a parere ad esempio di Roberto Formigoni, ci sarebbe semplicemente una richiesta di "co-decisione". Ovvero la possibilità di definire in sede locale le quote annuali per l'immigrazione, o di convocare direttamente i prefetti, come presidenti delle Regioni, per situazioni di particolare gravità.
Da palazzo Chigi si fa sapere che, comunque, ci vorrà almeno un anno perché il sogno di Umberto Bossi si realizzi. Come ogni riforma costituzionale infatti, anche la devolution dovrà infatti passare non una ma due volte al vaglio sia della camera che del senato. Particolare quasi secondario in realtà, per il senatur, preoccupato prima ancora che dei poteri delle Regioni dello stato di salute del suo movimento. Martoriato sul piano elettorale, il popolo leghista ha accettato di entrare nella Casa delle libertà solo in nome della devolution. E, come ha minacciato Bossi una settimana fa, è pronto a abbandonarla se la riforma dovesse impantanarsi.