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Manifesto:Cittadini A SCUOLA

Il caso Luzzara e l'integrazione

13/10/2009
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il manifesto

Una scuola di un comune in provincia di Reggio Emilia decide di formare una sezione fatta solo dei figli di immigrati. Che si rivolgono alla Cgil per denunciare il fatto. Ne nasce una polemica a colpi di «apartheid» e «razzismo». Ma la questione nasconde una serie di errori politici che vengono al pettine
Matteo Rinaldini
La vicenda dell'inserimento differenziato dei figli di immigrati nelle scuole dell'infanzia di Luzzara sta facendo molto discutere. Questa vicenda ha il pregio di fare emergere alcune questioni antiche, di anticipare scenari futuri e allo stesso tempo di relativizzare alcuni luoghi comuni sugli immigrati e sui processi migratori. Il dibattito è proseguito inasprendosi sempre di più e determinando delle vere e proprie contrapposizioni: da una parte il Comune di Luzzara e l'istituzione scolastica hanno fatto appello alla complessità del problema, stigmatizzando (quasi irridendo) coloro che avevano idee chiare sull'argomento, salvo poi prendere provvedimenti che di complesso non avevano nulla, ma che anzi risultavano essere sorprendentemente semplicistiche; dall'altra parte la Cgil, a cui solo successivamente si è aggiunta Rifondazione Comunista, che hanno denunciato il modo in cui la complessità del problema è stata gestita e hanno accusato il Comune di Luzzara e l'istituzione scolastica di avere messo in atto pratiche discriminatorie che non favoriscono l'integrazione. Il dibattito è poi progressivamente salito di tono. Prc e Cgil sono stati definiti come «anime belle», «beati loro che hanno la soluzione in tasca», «i signori so-tutto-io", "opportunisti», «ignoranti», «soliti movimentisti», quasi che loro fossero il vero problema per il fatto di avere mostrato un senso civico oggi più unico che raro. D'altro canto al Comune e alla scuola sono giunte da qualche parte critiche di razzismo, di discriminazione razziale, di produttori di un regime di apartheid, ecc... Anche se, oggi più che in passato, per fare arrivare un messaggio c'è bisogno di bucare il muro mediatico attraverso termini d'impatto, continuo a ritenere che il linguaggio sia importante e le parole vadano sempre dosate: "anime-belle" e "ignoranti" utilizzati in questa occasione risultano essere termini gratuitamente offensivi, indicatori del poco apprezzamento che alcuni hanno per chi oggi a sinistra ancora possiede senso critico e ha il coraggio di portare avanti senza compromessi alcuni valori e principi; lo stesso termine complessità dovrebbe essere utilizzato con maggiore rispetto e non dovrebbe essere utilizzato per coprire provvedimenti azzardati o per proteggersi da critiche legittime; allo stesso tempo "apartheid" e "razzismo" sono due termini precisi e al contempo (questi sì) complessi che non dovrebbero essere usati con disinvoltura. L'utilizzo di un linguaggio improprio, tuttavia, non dovrebbe distogliere l'attenzione su ciò che è accaduto a Luzzara, né dovrebbe impedire di prendere una posizione netta su questa vicenda. Inoltre, se è vero che oggi a sinistra c'è più che mai bisogno di una posizione ferma su queste tematiche, non disprezzerei il fatto che qualcuno ha avuto il coraggio di assumerla. L'impressione, invece, è che in molti (anche a sinistra) nel dibattito locale hanno colto l'occasione o per mantenere una equidistanza o per lanciare un generico "abbassate i toni!", evitando di andare al nocciolo della questione. Ma al nocciolo della questione è necessario andare una volta per tutte e per fare ciò c'è bisogno di considerare alcuni aspetti che nel dibattito che si è sviluppato sui media sono stati omessi.
Andiamo per ordine e ricostruiamo schematicamente la vicenda. A Luzzara nasce una sezione della scuola dell'infanzia statale di soli figli di genitori stranieri o di origine straniera. La scuola e il Comune si difendono sostenendo che da anni i genitori italiani hanno cominciato a portare i figli alla scuola privata che è presente nel territorio (quella della parrocchia) e che nella scuola statale sono rimasti talmente pochi figli di genitori italiani e talmente tanti figli di genitori immigrati che risulta impossibile formare due sezioni miste. L'unica soluzione possibile, secondo la scuola e il Comune, sarebbe stata quella di formare una sezione di soli figli di immigrati e un'altra formata al 50% da figli di italiani e al 50% da figli di immigrati. Una ripartizione alternativa (ad esempio il 75% di bambini figli di immigrati per sezione), secondo il Comune e la scuola sarebbe stata controproducente per tutti, in quanto ne avrebbe risentito la qualità dell'insegnamento e il lavoro delle maestre. Alcune famiglie immigrate quando si accorgono di quello che è stato deciso non lo accettano passivamente: i genitori immigrati temono che questa separazione non vada a favore delle possibilità di socializzazione dei loro figli, che comprometta le loro possibilità future di integrazione e decidono di chiedere aiuto alla Cgil, la quale decide di appoggiare la causa delle famiglie immigrate.
Già a questo punto ci sarebbe materiale per fare diverse riflessioni: una prima riguarda il fatto che non sono stati gli immigrati ad essere organizzati e mobilitati dalla Cgil, ma che sono stati gli immigrati a "svegliare" la Cgil; una seconda riguarda proprio il fatto che le famiglie di immigrati si sono rivolte alla Cgil e non a un'altra organizzazione o partito, non a Rifondazione e nemmeno al Pd, nonostante i rappresentanti di quest'ultimo sbandierino come simbolo di vocazione integrazionista l'iscrizione tra le fila del partito di una edicolante indiana; una terza riguarda il fatto che tra le famiglie di immigrati ci sono anche persone che hanno acquisito la cittadinanza italiana (per non parlare dei bambini, molti dei quali sono nati in Italia e che non sono cittadini italiani solo a causa di una legge degna della Svizzera degli anni '50) e di conseguenza verrebbe da chiedersi su quale criterio la distribuzione dei bambini per sezione è stata fatta (etnia, religione, cultura, origine geo-culturale, ecc? Tutte categorie non proprio a-problematiche se adottate da un'autorità pubblica); una quarta è quella sull'opportunità che il criterio della residenza delle famiglie rivesta ancora una importanza esclusiva, per di più su scala microterritoriale, nel meccanismo di distribuzione dei bambini nelle diverse scuole o se invece, in un mondo così cambiato rispetto a quando questo criterio è stato pensato, non sia più opportuno ridimensionarlo.
Ciò che però è riportato solo parzialmente sui giornali e dalle televisioni è come si è arrivati a questa situazione così complessa (perché bisogna ammettere che qualche elemento di complessità in effetti c'è, vista l'alta presenza di immigrati su un territorio così piccolo, l'alta percentuale di bambini con genitori immigrati e il problema che ci si deve porre di come inserirli a scuola).
Proviamo allora a sintetizzare brevemente le questioni omesse. È spesso ricordato sui giornali che l'alto numero di bambini figli di immigrati nella scuola statale è determinato dalla fuga, in atto da diversi anni, dei genitori italiani verso la scuola privata del parroco. Questo dato incontestabile pone evidentemente un problema: ci si deve, infatti, interrogare sui motivi che portano i genitori italiani a separare i loro figli dai figli degli immigrati, a fargli vedere solo una parte di mondo e a precludergli la possibilità di crescere con i bambini che vivono oggi e vivranno da adulti nello stesso territorio. Prima o poi questo problema di separatezza, che appunto non riguarda solo i figli degli immigrati ma anche quelli degli italiani, lo si deve affrontare, se mai proprio attraverso il coinvolgimento delle famiglie e la dimensione di Luzzara, non essendo quella di New York, dovrebbe favorire questo confronto. Detto questo, però, nessuno ricorda che la scuola del parroco è finanziata anche dallo stesso Comune di Luzzara e questo sposta l'attenzione su un altro aspetto del problema. Il Comune di Luzzara, alla pari di molti altri Comuni della provincia, durante gli anni '80 ha rinunciato alle scuole dell'infanzia comunali e ha deciso di distribuire i finanziamenti annuali alle scuole già stanziate sul territorio, sia a quelle statali che a quelle private (e cioè quella del parroco). Il motivo di questa scelta bisognerebbe chiederlo agli amministratori di allora, ma è facile immaginare che due fattori come il declino delle nascite di quel periodo e la non convenienza a breve termine dell'apertura di una scuola dell'infanzia abbiano pesato molto nel prendere questa decisione. Le conseguenze delle scelte operate allora oggi si vedono tutte e sempre oggi ne emergono le contraddizioni. Oggi a Luzzara non ci sono scuole comunali e i fondi sono distribuiti tra la scuola statale e quella privata. È sempre bene ricordare che i fondi e i finanziamenti a cui ci stiamo riferendo sono quelli dei cittadini residenti a Luzzara (che siano italiani o indiani o pakistani o marocchini). Ora, il Comune di Luzzara, o meglio i cittadini di Luzzara (tutti), finanziano entrambe le scuole, ma i figli dei cittadini di origine straniera sono di fatto obbligati a iscrivere i propri figli nelle scuole statali (e non per una questione di costi, perché a Luzzara la scuola della parrocchia costa meno di quella statale). Il motivo è che le scuole statali sono dotate di un regolamento che permette di avere un tetto alto riguardo il numero di bambini stranieri da inserire nelle sezioni, mentre la scuola della parrocchia ha la facoltà di stabilire in autonomia il proprio regolamento e il proprio tetto di inserimenti e nel caso della scuola della parrocchia di Luzzara il tetto sembra essere stato stabilito a 5 bambini! Cosa succede quindi? Succede che le famiglie immigrate quest'anno, una volta saputo che i loro figli avrebbero rischiato di essere messi in una classe separata rispetto a quella dei bambini italiani, hanno chiesto di inserire i propri figli nella scuola della parrocchia, mandando in tilt tutti i teorici del conflitto tra culture e dello scontro tra civiltà, ma si sono sentiti dire che nella scuola della parrocchia c'era posto solo per un bambino straniero perché se ne erano iscritti già 4 (ora sembra che il numero sia arrivato ad 8, facendo un'eccezione). Se si tiene presente questo aspetto la complessità della vicenda di Luzzara assume tratti diversi. Molti degli elementi di complessità, infatti, sono riconducibili al contesto in cui si trovano collocati gli immigrati e non tanto a questi ultimi, alle politiche di breve respiro e non solo ai progetti di stabilizzazione a lunga permanenza degli immigrati, agli scarsi investimenti verso un settore strategico come quello dell'istruzione (di qualsiasi grado) e non solo all'alta presenza di minori immigrati (o con genitori immigrati) in età scolare. A fronte di tutto ciò, risulta sorprendente il fatto che il Comune di Luzzara non abbia detto nulla, né abbia avanzato alcuna richiesta di modifica del regolamento della scuola della parrocchia pur contribuendo a finanziare quest'ultima. In questo caso non si tratta di avere dubbi riguardo la legittimità del finanziamento del Comune alla scuola parrocchiale. Siamo, infatti, ad un livello più avanzato. Il problema in questo caso è che se un cittadino (italiano, indiano o pakistano), attraverso il Comune, finanzia una scuola privata dovrebbe avere voce in capitolo almeno sulle regole in vigore nella scuola e soprattutto non può accettare che siano in vigore regole che tendono ad escluderlo. Se il Comune invece di avere reazioni scomposte con coloro che nutrono legittimi dubbi sui supposti aspetti virtuosi di questa operazione di separazione dei bambini cominciasse a contrattare l'applicazione di uguali regolamenti nelle scuole statali e private del territorio, probabilmente alcuni problemi si risolverebbero. Ovviamente per fare questo è necessario rimettere in discussione assetti che fino ad ora si era abitati a considerare acquisiti.
La situazione che si è verificata a Luzzara non va sottovalutata soprattutto perché la complessità della situazione non coincide con la sua eccezionalità, dal momento che quello che si sta verificando in quello specifico territorio ha tutto l'aspetto di essere un fenomeno di avanguardia, un caso avanzato ed emblematico di quello che gradualmente diventerà una situazione estesa a livelli che non riguardano solo la provincia in questo caso interessata. Nessuno si illuda infatti: l'attuale crisi economica non avrà effetti molto significativi sul volume dei flussi reali di migranti in entrata nel nostro paese, né tanto meno ne avrà sulla presenza degli immigrati già residenti sul nostro territorio. Forse questa che ci si presenta può essere una occasione da cogliere al volo per evitare di avere problemi più grossi e più estesi in futuro. Perché una cosa è certa: con l'immigrazione niente rimane come prima.
* Università di Modena e Reggio Emilia


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