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Manfredi “Mai più 18 anni di precariato per entrare in ateneo”

L’intervista al ministro dell’Università

04/02/2020
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la Repubblica

Corrado Zunino

ROMA — Allocato al piano terreno del ministero dell’Istruzione — Viale Trastevere 76A, Roma — , il dicastero dell’Università e della Ricerca, separato dopo diciannove anni dalla Scuola, prende corpo. Il suo responsabile, Gaetano Manfredi, già rettore della Federico II di Napoli e presidente della Conferenza dei rettori, ha affidato a diversi consiglieri campani il compito di avviarlo: «Per far funzionare la macchina devo lavorare con persone che conoscono l’università italiana e di cui mi fido».

Ministro, novità sugli universitari italiani in Cina?

«Sono 312, compresi diversi ricercatori e alcuni docenti, nessuno è febbricitante e più della metà vuole rientrare in Italia. C’è chi lo ha fatto con mezzi propri».

Tra i molti danni creati, il coronavirus ha interrotto un rapporto scientifico faticosamente aperto dall’Italia con le università e i laboratori di quel grande Paese.

«Nelle ultime stagioni gli atenei nazionali hanno inaugurato istituti di diritto e intrapreso relazioni con importanti centri di ricerca.

Dobbiamo continuare a lavorare con la Cina, grande partner, e far sì che il coronavirus resti una pausa temporanea».

L’isolamento del virus da parte dei ricercatori dello Spallanzani è un altro miracolo italiano senza soldi.

«Il finanziamento del centro per le malattie infettive e degli altri istituti di ricovero e cura dipende dal ministero della Salute, ma, va detto, lo stato della ricerca italiana è simile in tutti i settori. La grande crisi dal 2008 al 2014 ha impoverito la Pubblica amministrazione e ha spinto le risorse della ricerca al livello pre-crisi».

Gli studenti, e le loro famiglie, hanno compreso l’importanza dell’università: le iscrizioni aumentano da quattro stagioni. La classe dirigente non sembra all’altezza di questa domanda.

«Il sentire sta cambiando. In questo primo mese di incontri in Parlamento ho percepito una sincera consapevolezza».

Che si tradurrà in che cosa?

«Il miliardo di euro chiesto dal mio predecessore per l’università e la ricerca è un riferimento giusto».

Chiederà, quindi, un miliardo

per la prossima Finanziaria.

«Un miliardo per i tre anni di governo che abbiamo davanti».

Saranno sufficienti?

«È fondamentale che siano certi e distribuiti con continuità».

Dobbiamo aspettare dicembre prossimo, la Legge di bilancio?

«Partiamo subito, con 400 milioni per l’edilizia universitaria. Un mese e sarà pronto il bando a cui potranno partecipare gli atenei pubblici del Paese. C’è chi ha progettato un nuovo campus, chi deve ammodernare le aule. Un finanziamento nazionale per l’edilizia non si vedeva da 12 anni».

C’è un primo piano, poi, per assumere 1.600 nuovi ricercatori.

«Entrerà nel Decreto Milleproroghe, sarà approvato entro febbraio. Dobbiamo ripartire i ricercatori sulle sessantuno università pubbliche, che a fine anno faranno i concorsi».

Per gli Enti di ricerca?

«Ci sono 200 milioni, affiancheremo

alcuni loro progetti. Entro marzo».

Siamo già intorno ai 650 milioni per i prossimi due mesi, può ambire a qualcosa di più di un miliardo in tre anni.

«Cercheremo provvedimenti tram nel corso della stagione. Ci conforta l’attenzione del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica. Guido un ministero con portafoglio, con maggiore potere contrattuale».

Diceva nuovi ricercatori. Vuole riformare il percorso per arrivare alla cattedra?

«Inizierei a riformare il pre-ruolo.

Oggi in Italia si può restare assegnisti di ricerca per dieci anni.

Se a questo periodo si sommano altre otto stagioni potenziali da ricercatore, si arriva ad ambire alla cattedra da docente a 45 anni.

Troppo tardi».

Pensava di mettere mano all’architettura gelminiana sui ricercatori. Tipo A e Tipo B?

«Non è stata fallimentare. Oggi abbiamo quattromila ricercatori per tipo, non sono pochi. Il sistema delle assunzioni universitarie funziona se si fanno concorsi a scadenza periodica, altrimenti si ingolfa. La gelata 2008-2014 ha bloccato tutto, ora ripartiamo con un po’ di fatica».

I concorsi universitari. C’è un problema di regolarità?

«Le prove non corrette sono una minoranza, lo dicono le statistiche».

Gli atenei del Nord chiedono di chiudere con l’ipocrisia della selezione pubblica: fateci scegliere ciò di cui abbiamo bisogno, dicono.

«Nell’università occidentalesi fa così, nella pubblica amministrazione italiana no».

Ministro napoletano, avrà un’attenzione speciale per il Sud?

«Le università meridionali, che hanno forti legami con l’impresa dei loro territori, devono imparare a usare meglio i fondi europei».

Che ne pensa della Stranieri di Perugia, che neppure riesce a contare i suoi iscritti?

«Ho letto, mi è sembrata un’anomalia sorprendente. Le università piccole e quelle dell’entroterra vanno difese perché praticano una funzione sociale.

Tutto, però, deve restare nel perimetro dei comportamenti corretti».

Il piano anti-burocrazia pensato dal Capo dipartimento Giuseppe Valditara andrà avanti?

«Valditara non c’è più, con il nuovo ministero è decaduto il ruolo di Capo dipartimento: arriverà un segretario generale. Voglio riprendere in mano quelle indicazioni, però. Togliere burocrazia agli atenei è un altro modo di finanziarli».

Ha già scelto il segretario generale?

«Non ancora».

Le sono arrivati i cinque nomi tra cui sceglierà il presidente del Consiglio nazionale delle ricerche?

Chi presiederà l’Agenzia nazionale per la ricerca?

«L’Agenzia è tutta da costruire».

Il suo prossimo atto?

«Istituirò una direzione delle politiche internazionali, tema decisivo per l’università italiana».

Come è l’università italiana?

«Il suo livello medio è il più alto nel mondo, dobbiamo difenderlo».


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