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Ma in classe si entra soli non c’è tutor o manuale che insegni il mestiere

Eraldo Affinati

10/11/2018
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la Repubblica

Ancora oggi, quando un docente entra in classe per la prima volta, abbia frequentato oppure no un tirocinio formativo, è assai probabile che si trovi nella medesima condizione psicologica vissuta dal maestro di vent’anni immortalato da Giovanni Mosca nei suoi Ricordi di scuola, un libro uscito nel 1939 e tante volte evocato fino al punto di essere divenuto proverbiale. I quaranta ragazzini terribili che lo fronteggiano, guidati dal loro capitano seduto in prima fila, pronto a palleggiare da una mano all’altra l’arancia da scagliare contro il nuovo supplente, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Per conquistare la mitica Quinta C continueremo ad avere bisogno della fionda strappata al capoclasse con la quale abbattere il moscone a lui sfuggito, ovvero, fuor di metafora, dovremo meritarci sul campo la nomina ufficiale, senza sperare che siano sufficienti i crediti ottenuti all’università nelle materie antro-psico-pedagogiche o il solo anno di prova ora richiesto per venire confermati in ruolo.

Io, che ho frequentato la stessa scuola elementare "Dante Alighieri" raccontata dal grande giornalista romano, lo posso testimoniare: sia al tempo in cui ero un alunno non proprio esemplare, sia come educatore appassionato nel recupero degli studenti riottosi, mi sono spesso chiesto quali siano i modi migliori per reclutare i futuri docenti. E ogni volta, dopo aver passato in rassegna le ipotetiche risposte, devo confessare la mia insoddisfazione: data per ovvia la conoscenza della materia che siamo chiamati a impartire, resta aperta la questione di fondo: è davvero possibile formare un buon professore? Certo che sì, dico a me stesso, magari prevedendo periodi di affiancamento in aula a diretto contatto coi ragazzi, assai più efficaci rispetto alle formule teoriche propinate da eruditi e specialisti. Tuttavia esistono attitudini e sensibilità pedagogiche innate difficili da costruire a tavolino, anche perché ogni persona le declina a modo proprio e ciò che vale per uno, non serve a un altro.

Negli ultimi tempi, ad esempio, sto incoraggiando l’insegnamento della nostra lingua agli immigrati da parte degli studenti italiani e noto che alcuni di questi liceali hanno notevoli capacità didattiche senza aver ricevuto particolari istruzioni al riguardo. Doti preziose di equilibrio emotivo e sicurezza relazionale che altri loro coetanei, nonostante possano vantare maggiore esperienza, stentano a dimostrare.

Nessuno ti può dire come reagire quando un adolescente, malgrado tutti i tuoi sforzi e le tue competenze e la tua buona volontà, non ti ascolta o, peggio ancora, ti si rivolta contro. Apri il manuale, leggi i Sepolcri e lui sbotta: «E a me cosa m’importa delle sfighe del Foscolo?». Lì sei da solo di fronte alla sua ansia, alla sua apatia, alla sua inquietudine e chissà forse alla sua smania d’infinito. Tutte le abilitazioni che avrai conseguito, Ssis, Tfa, Pas o Fit, come da un governo all’altro le abbiamo chiamate, in quel momento sono, con ogni evidenza, carta straccia. E adesso immaginiamo un docente vecchio stampo, severo e intransigente, uno che dà i voti e boccia senza problemi.

Mettiamolo vicino a un collega apparentemente più illuminato e moderno. Non crediate che questa loro diversa estrazione possa, nel caso concreto, aiutarli o sfavorirli. Per superare l’ostacolo dovranno entrambi giocare "a ingranaggi scoperti" incarnando agli occhi dell’alunno svogliato l’autenticità di cui lui ha bisogno. Per farlo sarà necessario uscire dal mansionario. Anche rischiando di sbagliare. Soltanto così verranno apprezzati e potranno dire di aver conquistato la loro Quinta C.