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Lo “sbaglio” delle classifiche degli Atenei: l’occupabilità non dipende dagli atenei ma dal contesto nel quale essi operano

E’ evidente invece di come l’occupabilità sia legata in modo diretto alla qualità del tessuto economico-produttivo-sociale del territorio in cui ha sede l’Ateneo, perché è questo che garantisce maggiori possibilità di lavoro

31/07/2020
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ROARS

Giuliano Laccetti

Atenei, tempo di classifiche, uno strumento utilizzato per le scelte dei neo-diplomati. La più recente è quella del Censis. Anche quest’anno mette gli atenei del Sud nelle ultime posizioni. Ma con quali criteri? La classifica Censis si basa sull’offerta di servizi: borse di studio, strutture, servizi digitali, internazionalizzazione. Mette sullo stesso piano le strutture disponibili, e, in sostanza,  “come è fatto il sito web”. Cose la cui “importanza”, a mio avviso, ha … diversi ordini di grandezza di differenza! Nulla inoltre (non sarebbe questa una cosa da dover conoscere?) riferisce sulla qualità dei professori. Sulla preparazione degli studenti. Dà grande importanza, invece, all’occupabilità: cioè alla percentuale di laureati che ad un anno dalla laurea ha trovato occupazione.

L’occupabilità è nota a chi si interessa di fondi universitari: nelle assegnazioni agli atenei si usa da anni, e per come viene utilizzata si è trasformata in una sorta di regionalismo differenziato in ambito universitario. Le classifiche che usa il MIUR per i fondi sono stilate dall’agenzia ANVUR (di cui bisognerebbe discutere, per valutare la sua attendibilità e, a mio avviso, dubbia utilità), in modo da penalizzare chi è nelle ultime posizioni, e premiare chi è in testa. Indovinate? Ai primi posti gli Atenei del Nord, agli ultimi posti quelli del Mezzogiorno.

“Avrete più soldi se … migliorerete”. E come si fa, senza soldi? Più soldi, migliore classifica, ancora più soldi. E così via, anno dopo anno. Si tratta dell’effetto S. Matteo, noto in sociologia ed in parecchi altri campi:  le risorse disponibili vengono ripartite fra coloro che ne devono beneficiare sostanzialmente in proporzione a quanto hanno già. Il nome deriva da un versetto del Vangelo di S. Matteo «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.»

Ma poi, l’occupabilità misura davvero la qualità della didattica e della ricerca o la preparazione degli studenti? Questo aspetto non sembra proprio interessare gli estensori della classifica Censis. E’ evidente invece di come l’occupabilità sia legata in modo diretto alla qualità del tessuto economico-produttivo-sociale del territorio in cui ha sede l’Ateneo, perché è questo che garantisce maggiori possibilità di lavoro.

Borse di studio. Lo stato dà soldi in proporzione a quanti ne eroga la Regione nei suoi Atenei, non in base a quanti studenti ne hanno diritto. Se una Regione per dimenticanza (!) o scelta politica di bilancio decide, sbagliando, di assegnare poco o nulla per le borse, il corrispondente finanziamento statale si abbassa, e di molto.

In conclusione, si può dire che le classifiche redatte in questo modo finiscono per aggravare il gap Sud-Nord: in base a queste informazioni gli studenti del Sud vanno in atenei del Centro-Nord, i quali avranno di conseguenza più studenti e più soldi (come tasse e come fabbisogno riconosciuto dal governo) per migliorare la qualità dei servizi; qualità che l’anno dopo sarà ancora migliore. Senza contare che (dato SviMez) i circa 150mila studenti del Sud che ogni anno vanno al Nord accrescono il PIL del Nord di vari miliardi (gli studenti del Sud pagano affitti, mangiano, si divertono, si vestono, ecc …, spendendo i soldi del Sud, favorendo l’economia del Nord). Il ministro Manfredi, ex rettore della Federico II, nonché ex-presidente della CRUI, persona capace e bene informata, spero metta in guardia da un uso distorto di tali classifiche.