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Lettera aperta a Francesco Sinopoli sulla contrattualizzazione della docenza universitaria

di CArlo Spagnolo

12/10/2017
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ROARS

Caro Sinopoli, le questioni sollevate dal tuo intervento su “Huffington Post” del 1 settembre sulla contrattualizzazione della docenza universitaria meriterebbero una discussione ben più articolata di quanto sia possibile in una breve nota. Perché la proposta non convince? Capisco l’argomento tattico secondo cui la contrattualizzazione renderebbe più forte una categoria frammentata, ma vedo prevalere i rischi strategici di introiettare l’attuale assetto “aziendale” degli atenei.  Se la sentirebbe la FLC di assumersi la responsabilità storica di abbattere il principale baluardo dell’indipendenza dei docenti, per consegnarli definitivamente a soffocanti logiche corporative? L’autonomia non è un problema da cancellare, è il cuore dell’università. Una proposta maturata senza consultazione coi tesserati e col mondo della docenza, a ridosso del primo “sciopero” autorganizzato, suona opportunista suo malgrado, quasi che il sindacato più importante del paese volesse cogliere la condizione di debolezza della docenza universitaria e la presenza di un ministro proveniente dalle sue fila per espandere la propria sfera di azione. Spazi di iniziativa per rimodulare la tua proposta ci sarebbero nella unificazione delle figure precarie pre-ruolo, il diritto allo studio e il rilancio della ricerca come leva per il lavoro. Se la FLC-CGIL, come voglio credere, ha la sensibilità per aprire un serio ed esteso confronto su questi terreni, e magari anche il coraggio di accantonare la proposta, sono convinto che molti ricercatori tornerebbero a pensare a partecipare e ad iscriversi. Altrimenti i pochi docenti tesserati della FLC, che come me avevano accolto con speranza la tua nomina, penserebbero a risparmiare i soldi del tesseramento, destinandoli magari a un fondo pensionistico.

e questioni sollevate dal tuo intervento su “Huffington Post” del 1 settembre sulla contrattualizzazione della docenza universitaria meriterebbero una discussione ben più articolata di quanto sia possibile in una breve nota, in quanto alludono alla radicalità dei cambiamenti in corso nella funzione pubblica e nella Università, senza peraltro affrontarle fino in fondo.

Non hai torto quando rilevi che le retribuzioni e le condizioni di lavoro dei docenti universitari e del personale amministrativo sono drasticamente peggiorate non soltanto per i tagli delle risorse ma anche per le novità introdotte dalla legge “Gelmini” del 2010.  Tuttavia il problema non è riducibile ad “una legge che lascia ai singoli atenei la regolamentazione dell’organizzazione del lavoro” e tanto meno ad  uno “stato giuridico (…) declinato nei regolamenti con condizioni, orari e compiti diversi ateneo per ateneo. Un unico stato giuridico, ma 97 rapporti di lavoro diversi.”

La richiesta di contrattualizzazione della docenza appare figlia di una impostazione giuslavoristica che tiene poco conto del valore pubblico del sapere: si tratterebbe della risposta sbagliata ad un problema vero.  Capisco l’argomento tattico secondo cui la contrattualizzazione renderebbe più forte una categoria frammentata, ma vedo prevalere i rischi strategici di introiettare l’attuale assetto “aziendale” degli atenei: non si asseconderebbe così la tendenza ad una privatizzazione dei saperi?  Se la sentirebbe la FLC di assumersi la responsabilità storica di abbattere il principale baluardo dell’indipendenza dei docenti, per consegnarli definitivamente a soffocanti logiche corporative?

Perché la proposta non convince? Bisogna allargare il campo di analisi, e ricordare che la legge Gelmini completa un percorso di trasformazione dell’università avviato a livello europeo nel lontano 1988 col “processo di Bologna” a cui ha fatto seguito nel 1993 la creazione del Fondo di finanziamento universitario (FFO). Da allora, governi di qualsiasi colore hanno accresciuto i compiti affidati alle università, gravandoli con la formazione professionale e la ricerca applicata senza investire sui nuovi ambiti e senza un progetto nazionale, risolvendo invece nel cosiddetto 3+2 una questione molto complessa, che attiene alla funzione della didattica nel sistema universitario e investe la formazione permanente dei cittadini.

Come ricorda Roberta Calvano, in un bell’intervento su Roars, la Costituzione affida all’università compiti alti quali la ricerca di base, l’alta formazione e la promozione della libertà di ricerca e di pensiero. Invece la legislazione dagli anni Novanta in poi chiede alle università di assumere un ruolo guida nella modernizzazione produttiva, nella formazione professionale e nella “terza missione”, ossia sul territorio. In altri paesi queste funzioni sono assolte da una pluralità di istituzioni, e trovano nelle imprese maggiore attenzione e risorse, in Italia si affida tutto all’università. Questo enorme passaggio, da due a quattro funzioni, ha effetti profondi di sovraccarico e polarizza settori e atenei, in base ai legami delle singole discipline col mercato del lavoro. Una transizione in sé forse necessaria ma non governata politicamente funziona sulla base di rapporti di forza territoriali. Col motto “senza oneri per lo Stato” si vorrebbe innovare senza investire. E come risolvere la quadra? Semplice, il genio italiano ha ideato i “premi” del FFO, che non sono aggiuntivi alle quote di base, come sarebbe logico, ma punitivi perché tolgono le quote di base ai poveri per dare i premi ai ricchi. Aggiungo di sfuggita che la competizione tra istituzioni pubbliche è un principio deleterio, in quanto le università non stanno sul mercato ma sul territorio e non possono muoversi liberamente come il capitale.  Scimmiottare il mercato porta a conseguenze su cui non insisto, e alla lunga sta svuotando il Mezzogiorno dei migliori giovani, i più dinamici e dotati di risorse se ne vanno e non torneranno. Si apre una volta di più una questione meridionale che dal settore primario e secondario si sposta oggi al terziario.

Il problema allora è come si debbano assolvere i compiti nuovi senza sacrificare la funzione pubblica dell’università. Il degrado della funzione sociale dell’università sta nella difficoltà per molti campi del sapere di trovare collocazione adeguata su un mercato inesistente. La parte della docenza che è direttamente collegata col mercato e con le professioni soffre poco dei tagli degli scatti che pesano invece su chi vive del solo stipendio. Tale spaccatura spiega in parte la peculiarità di una protesta che ha assunto addirittura la forma impropria dello sciopero, cosa mai avvenuta nella storia italiana.  Impropria, perché lo status giuridico del professore di ruolo è poco compatibile con lo sciopero: sarebbe bastato chiamarla protesta per praticarla, e se si è arrivati allo sciopero è segno di esasperazione per quella che tu giustamente chiami “perdita del valore sociale della ricerca”.

Si tratta di riprogettare il rapporto tra università e mercato, piuttosto che perdersi sul falso obiettivo della unificazione di un “comparto” che non è tale. Il vocabolario del tuo comunicato parla di mansioni, di compiti, e persino di salari invece che di stipendi: il postulato di fondo è che l’università sia assimilabile ad un istituto per la erogazione di crediti formativi, una azienda in cui tutelare i lavoratori significa ridurne gli orari e definirne i compiti. È vero che esiste una tendenza in atto in quel senso, ma è proprio quella che andrebbe combattuta.

Cosa è una università? Non te lo chiedi ed è invece questione decisiva. Storicamente, le università sono delle comunità di studi, tra pari, in cui i docenti e i discenti formano una “repubblica” dedita alla conoscenza. L’autonomia non è un problema da cancellare, è il cuore dell’università. L’unità di didattica e ricerca ne è la cifra e non si ingabbia in mansioni che attengono invece ai ruoli amministrativi a supporto delle due funzioni precedenti. Interpreti e protagonisti dell’università sono i docenti e i ricercatori assieme agli studenti, mentre le amministrazioni devono sostenerli e accompagnarli. La distinzione funzionale tra docenti e amministrazione – che il sindacato tende erroneamente a percepire come conflitto mentre il conflitto sta nella guerra tra poveri –  va salvaguardata nel rispetto reciproco. La riforma Gelmini ha invece spostato peso decisionale dalla docenza all’amministrazione, al punto che un direttore generale è meglio retribuito di un rettore e di un professore. Il carico burocratico dei processi di controllo interni , delle valutazioni e della ricerca di fondi sta svilendo la funzione intellettuale della ricerca. Perché il sindacato non interviene sulla qualità della modernizzazione dentro le università? Si apre qui il tema di come assicurare la qualità dei servizi e la dignità della retribuzione delle amministrazioni assieme alla libertà della docenza.

A mio avviso, e sarebbe un discorso lungo, l’autonomia si salvaguarda oggi con un progetto nazionale di investimento sulla ricerca, accompagnato da una più chiara distinzione tra percorsi professionalizzanti e percorsi di alta formazione culturale e di ricerca.

Al contrario, la contrattualizzazione favorirebbe la prevalenza della didattica professionalizzante sulla ricerca di base e così cancellerebbe gli spazi di libertà assicurati dalla legge. Segnalo due argomenti che mi paiono decisivi. Il primo è di principio: lo status giuridico pubblicistico e la progressione stipendiale definita a priori hanno sin qui assicurato una complessiva autonomia della ricerca,  la quale resta l’unica vera attrazione affinché i migliori cervelli guardino ancora all’università come un luogo per il quale possa valere la pena sacrificare anni di studio e di precariato. Le retribuzioni italiane, data un’età media di ingresso nei ruoli della docenza che supera i quarant’anni, sono diventate comparativamente basse; per chi è entrato dopo il 2001 le pensioni saranno addirittura penose. Possiamo andare avanti così senza determinare un crollo del livello culturale del paese, di cui già cogliamo tutti i segnali?

Il secondo, di carattere pratico, riguarda il significato possibile della contrattualizzazione in Italia. In presenza di una differenziazione marcata dei bilanci degli atenei, la contrattualizzazione riguarderebbe probabilmente soltanto le “mansioni”, imponendo condizioni uniformi di lavoro laddove invece la ricerca non si ingabbia in compiti e orari che è bene restino flessibili e diversi. Come assimilare i compiti e le presenze di un medico ospedaliero, un filosofo, un linguista e un fisico astronomico? Un buon ricercatore lavora soprattutto fuori dagli orari della didattica e delle prassi burocratiche, va all’estero, si aggiorna, va in biblioteca e in laboratorio. L’esito sarebbe o un eccesso di burocrazia o un eccesso di localismo. Non si possono trascurare le tradizioni del clientelismo che sconsigliano di emulare modelli inglesi di contrattazione in cui l’autonomia è assicurata da sistemi giuridici, retributivi e culture profondamente diversi.

Una proposta maturata senza consultazione coi tesserati e col mondo della docenza, a ridosso del primo “sciopero” autorganizzato, suona opportunista suo malgrado, quasi che il sindacato più importante del paese volesse cogliere la condizione di debolezza della docenza universitaria e la presenza di un ministro proveniente dalle sue fila per espandere la propria sfera di azione. Se il sindacato può e deve aspirare ad un ruolo più alto nell’Università, è nel rivendicare la centralità della formazione e della conoscenza per il futuro del lavoro e dei cittadini.

Spazi di iniziativa per rimodulare la tua proposta ci sarebbero nella unificazione delle figure precarie pre-ruolo, il diritto allo studio e il rilancio della ricerca come leva per il lavoro.

Se la FLC-CGIL, come voglio credere, ha la sensibilità per aprire un serio ed esteso confronto su questi terreni, e magari anche il coraggio di accantonare la proposta, sono convinto che molti ricercatori tornerebbero a pensare a partecipare e ad iscriversi. Altrimenti i pochi docenti tesserati della FLC, che come me avevano accolto con speranza la tua nomina, penserebbero a risparmiare i soldi del tesseramento, destinandoli magari a un fondo pensionistico.


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