FLC CGIL
Testo CCNL Istruzione e Ricerca

http://www.flcgil.it/@3953502
Home » Rassegna stampa » Nazionale » La società dei nullafacenti rischia l’Apocalisse

La società dei nullafacenti rischia l’Apocalisse

Claudio Magris-Troppi in Italia non lavorano e vivono da benestanti Sfruttano le rendite e i diseredati, ma non può durare

16/11/2019
Decrease text size Increase text size
Corriere della sera

n libro, diceva Kafka, deve colpire come un pugno, sconvolgere l’assuefazione alle cose così come sono o sembrano essere. Ogni vero libro, non solo quelli di finzione letteraria, è o aspira ad essere un romanzo del proprio tempo, colto talora nelle vicende di personaggi individuali. Due promessi sposi iniquamente impediti a sposarsi diventano, nel romanzo di Manzoni, l’elettroencefalogramma di un’epoca.

Un tale pugno me l’ha dato La società signorile di massa di Luca Ricolfi (La nave di Teseo). Mentre lo leggevo hanno suonato alla porta e mi è stata consegnata la spesa ordinata e prepagata online; una sacca pesante, portata a mano, che includeva tante bottiglie di acqua minerale e un paio di bottiglie di vino. La concreta struttura paraschiavista della nostra società di cui parla il libro di Ricolfi — società cui appartengo e che contribuisco a far funzionare — era davanti a me, nella persona che mi recapitava l’ingombrante pacco, nella manciata di pochissimi euro che era il prezzo della sua fatica, nell’incertezza di quei pochi euro che in quell’occasione aveva avuto la fortuna di guadagnare rispondendo all’aleatoria chiamata del supermercato cui mi ero rivolto, nell’insicurezza di quel lavoro privo di ogni tutela, di previdenze pensionistiche, di assistenza nelle malattie.

Ero un beké, come si chiamavano i proprietari di schiavi neri nelle Antille francesi, che ordinava a uno dei suoi schiavi di portargli da mangiare e da bere, con la differenza che quello della Martinica o della Guadalupa aveva almeno la certezza, ogni sera, di un pagliericcio e di una zuppa.

Non sono in grado di analizzare il libro di Ricolfi, che corrobora la sua asciutta prosa e il suo chiaro argomentare con cifre e grafici, rendendo vive e palpabili le sue analisi economiche, politiche, sociologiche. Ma so che quel libro è un grande racconto della nostra vita, della nostra coscienza stordita nella giostra di situazioni ed eventi che sembrano naturali e non lo sono. Un libro che costringe ad avvertire concretamente sia tante infamie della nostra pacchia sia la possibilità o probabilità che tale pacchia possa presto finire. Scevro di ogni pathos apocalittico e sentimentale, affidandosi alla logica del ragionamento e all’oggettività delle cifre, il libro fa capire ciò che è successo negli ultimi quarant’anni e che determina il nostro mondo.

Per la prima volta nella Storia il numero di chi lavora e produce è inferiore al numero di chi — anche per scelta — non lavora e produce poco o nulla. Ciò accade non solo per la difficoltà di trovare un lavoro ma anche per la schifiltosa ripugnanza di molti giovani ad accettare un lavoro ritenuto non consono alle proprie capacità o ai propri studi. Il benessere acquisito dalla generazione precedente — le pensioni di genitori e nonni, l’aumento di prezzo di immobili a suo tempo faticosamente acquistati con mutui, le generose rendite di titoli di Stato — esime dalla necessità di guadagnare il necessario per il pranzo o per l’automobile, consente villeggiature ripetute e vacanze alle Maldive, un tempo privilegio di pochi e oggi di quei molti che pesano sulle spalle dei pochi che realmente lavorano.

Un tempo, osserva Ricolfi, erano i signori che si potevano permettere grandi piaceri e lussi emulativi; quando ero ragazzo andavo due settimane all’anno in vacanza con i miei genitori non a Sharm El Sheik ma in dignitosi e modesti alberghi in Austria, che non erano molto lontani da Trieste. Oggi c’è una massa di gente che vive da signori senza esserlo, con tutte le conseguenze sul piano della non-crescita economica e anche del pacchiano stile di vita, dell’incultura che si crede cultura e che il libro smonta come un pallone sgonfiato.

Ma questi numerosi signori piccolo o medio-borghesi che vivono da aristocratici circondati da servitori, non sempre stabilmente gli stessi ma sempre disponibili (colf, badanti, collaboratori e collaboratrici domestiche, babysitter e pure dog e catsitter che permettono vacanze, palestre e centri di fitness come le scuderie di un marchese al tempo del Re Sole) hanno bisogno degli schiavi, di oscure folle di diseredati privi di ogni prospettiva, di ogni garanzia e tutela sociale. Visto che, a differenza dei loro padri e nonni, non lavorano, per mangiare ottimi pomodori a basso prezzo hanno bisogno del disumano e sottopagato lavoro di braccianti agricoli, per lo più stranieri, reclutati da caporali mafiosi.

Se i nuovi signori così poco signorili lavorassero, il loro consumo e il divario delle loro vite da quelle dei miserabili sarebbero un grande problema morale, iniquità eticamente intollerabile, ma la società funzionerebbe, come nell’antica Grecia dei cittadini e dei loro schiavi, società che funzionava perché anche i cittadini lavoravano e producevano, mentre quando solo si consuma e non si produce la pacchia presto finisce.

Pure i migranti contribuiscono alla società signorile di massa ovvero al nostro sistema. I Salvini di turno che tuonano contro gli immigrati che spacciano droga non dovrebbero dimenticare che, se alcuni o parecchi di loro spacciano, garantendo un’ampia offerta a prezzi contenuti, i loro clienti — circa 8 milioni — sono bravi e rispettabili italiani che magari tuonano anch’essi contro gli immigrati ed è la domanda che, nel sistema capitalista, stimola l’offerta, come insegna Keynes. Lo stesso vale per le prostitute di strada, in gran parte straniere — «spesso approdate in Italia con la promessa di un lavoro normale» (Ricolfi), subordinate agli aguzzini-protettori che le indirizzano ai clienti (fra i 3 e i 9 milioni), italiani per lo più di ceto medio-alto.

Scevro di ogni moralismo e di ogni coatto buonismo e affidato alle cifre e alle curve statistiche, il libro critica la distruzione della scuola e difende il principio e lo stile dell’autorità che trasmette il sapere, demolendo gli slogan sinistrorsi della promozione assicurata per tutti o del sessantottesco diciotto o trenta politico per tutti all’Università, che ridurrebbero i titoli di studio a pezzi di carta privi di valore perché nessuna impresa assumerebbe chi li ha ottenuti in quel modo, e a loro volta i titolari di quelle lauree rilutterebbero ad accettare lavori non adeguati al loro titolo, cosa che si verifica oggi per molti laureandi. Se cercassi di conseguire la patente di guida per autocarri dovrei essere giustamente bocciato, per non provocare sciagure, e in ogni caso nessuna impresa di trasporti mi assumerebbe dopo aver visto come esco dal garage con la mia ammaccata automobile.

Questa Italia opulenta e inoperosa ha bisogno degli schiavi, immigrati o no, ma — scrive Ricolfi — è destinata a finire, perché la crescita economica diminuisce — anche e non soltanto per il rallentamento burocratico e il caricaturale abuso delle procedure digitali che moltiplicano inutilmente anziché snellire i tempi produttivi — e con la crescita diminuisce pure l’occupazione. Chissà quali comportamenti sociali, sensati o imbecilli, finiranno se finirà questa società.

Non ho scritto una recensione a questo libro, recensione che spetta ad altri di ben altre competenze, ma per il bisogno di ringraziarlo per il suo aiuto a resistere.

Una persona della mia generazione si sente talora a disagio nell’attuale società, così diversa non soltanto da quella della sua giovinezza ma anche da quella della sua avanzata maturità e talora teme che le sue perplessità siano solo frutto di un disadattamento dovuto ai suoi anni, ma in questo libro trova chiarezza e libertà. Libertà anche dal proprio disagio dinanzi alle aberrazioni della nostra società e al proprio timore dinanzi alla prospettiva della sua fine.

Pure il pensiero unico dominante, che si crede l’ultima e definitiva verità della Storia, è un prodotto a termine. Ma non è detto che la sua fine sia quella del mondo. Chissà, forse può essere un mondo nuovo.