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La sfida dell’innovazione negli atenei del dopo-crisi

Un evento imprevisto e distruttivo come Covid-19 può essere anche occasione per una riflessione sull’attuale organizzazione dei saperi nelle università.

07/05/2020
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Corriere della sera

di Elio Franzini *, Giovanna Iannantuoni ** e Francesco Svelto ***

Un evento imprevisto e distruttivo come Covid-19 può essere anche occasione per una riflessione sull’attuale organizzazione dei saperi nelle università.

La moltitudine di corsi di laurea e discipline, spesso con una forte specializzazione verticale, ha sempre cercato di corrispondere, più o meno felicemente, all’articolazione delle professioni verso cui si potevano avviare le giovani generazioni: il giurista piuttosto che l’architetto o il chimico.

L’interdisciplinarietà delle conoscenze, richiesta per la soluzione di svariati problemi complessi, sembra una conquista molto più recente e l’emergenza che stiamo attraversando mette a nudo una lentezza delle politiche per l’università.

Alla pandemia siamo arrivati impreparati, ma il motivo non risiede tanto nella mancanza delle specializzazioni tecniche necessarie, bensì nella scarsa consuetudine al lavoro interdisciplinare che richiede contiguità e interazione tra esperti di diversa provenienza. Se osserviamo allora quanto sta avvenendo per cercare di governare la crisi, le risposte più efficaci si ottengono dalla integrazione delle competenze. Ad esempio, la collaborazione scientifica tra medici, matematici e informatici non solo sta fornendo sempre più accurate conclusioni sui benefici del distanziamento fisico, ma, attraverso modelli più raffinati di monitoraggio della mobilità dei cittadini, promette di dare tempestive indicazioni su una eventuale ripresa del contagio e sulle conseguenti misure da adottare. Analogamente, la collaborazione tra sociologi, economisti e statistici sta iniziando a fornire anticipazioni sugli impatti economici rispetto ai vari territori e gruppi sociali. L’unione di competenze di meccanica e sensoristica ha permesso di avviare progetti per la messa a punto di ventilatori per il supporto dei pazienti in terapia intensiva. In modo analogo per ciò che riguarda chimica, biotecnologie e scienze del farmaco nel contesto di dispositivi per la diagnosi e la terapia. E il dibattito, anche in parte lacerante e divisivo, attorno al diritto alla privacy dei cittadini rispetto alle app di tracciamento, sconta una non sufficiente consuetudine di relazione scientifica tra giuristi e medici o ingegneri. La dimensione etica, poi, può sempre essere coprotagonista dove vi siano scelte da compiere.

Quelli ricordati sono soltanto alcuni esempi di dinamiche interdisciplinari, fondamentali per la soluzione di una questione complessa quale l’attuale pandemia. Eppure, anche quando si sta procedendo verso soluzioni positive, queste appaiono più come una reazione successiva al problema, piuttosto che l’esito di un’organizzazione già strutturata per un lavoro integrato. Questo ritardo può stupire se ricordiamo che, al di là dell’emergenza Covid-19, la necessità di incontro tra più discipline verso una sintesi scientifica è ormai da tempo percepita anche a livello pratico. Basti pensare al campo della medicina e a quello delle tecnologie, ingegneristiche in particolare. Ma anche al rilievo enorme che hanno gli aspetti etici e giuridici nella genetica o nell’intelligenza artificiale.

Le università italiane hanno già al loro interno, in buona parte, tutte queste competenze specialistiche. Che cosa manca, allora, per un atteggiamento più proattivo che trasformi il ritardo in programmazione a tutto vantaggio della società? Da un lato, l’università è purtroppo ancora vittima di un pregiudizio rispetto alla sua effettiva capacità di innovazione e viene percepita come un luogo dedicato quasi esclusivamente alla formazione: ciò si traduce in una ricerca pesantemente sotto finanziata. Dall’altro, la capacità di immettere giovani ricercatori risente di meccanismi di selezione rigidi, con gabbie circa i settori disciplinari, pensati ormai più di vent’anni fa, che non valorizzano la capacità di interazione con i colleghi di altre materie, costituendo spesso un freno per i saperi più innovativi, e dunque meno circoscrivibili.

Ancor prima di comunque necessari interventi strutturali su finanziamenti e modalità di reclutamento, è tuttavia richiesto un rapido cambio di mentalità. E i problemi che in questi giorni si affacciano lo debbono favorire come non mai in passato. In questa prospettiva, il patrimonio rappresentato dalla molteplicità di competenze attivabili negli atenei multidisciplinari è cruciale per la ricerca e l’innovazione nei tempi non facili che ci attendono: non si tratta di progettare «nuovi» corsi di studio, bensì di comprendere che nel nostro ampio patrimonio formativo e scientifico va sempre più fatta emergere la possibilità di un dialogo nuovo, da cui possano nascere davvero le professioni del futuro.

*Rettore Università degli Studi di Milano

**Rettrice Università

degli Studi di Milano

Bicocca

***Rettore Università

degli Studi di Pavia