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La scuola non può essere regionalizzata. Intervista a Francesco Sinopoli

Per Sinopoli, segretario generale della Flc, istruzione e formazione devono rimanere competenza dello Stato centrale. E invece per affrontare la pandemia "il governo, abdicando alle sue funzioni e lasciando tutto in mano alle Regioni, si è reso responsabile della frammentazione che si è creata"

25/01/2021
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Collettiva.it

Sulla scuola si sta giocando una partita tutta politica. Ma politica nel senso deteriore: strumentalizzazioni, polarizzazioni ideologiche e anche regionaliste su “aperture” e “chiusure”. Scontri tra tifoserie che non giovano a studenti, famiglie e lavoratori. Affrontare la realtà, capire quel che c’è da fare per tenere insieme diritto all’istruzione e alla sicurezza: questa è la “ricetta”, se così si può dire, che secondo Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil, andrebbe adottata. “Bisogna uscire da queste logiche – osserva –. Sin dall’inizio della pandemia abbiamo investito tutto il nostro impegno, come Flc e Cgil, nel costruire le condizioni per un rientro a scuola in presenza. E lo dicevamo quando tutti si sperticavano in elogi della dad, che per noi, per i motivi che abbiamo detto più volte, non potrà mai essere equivalente alla scuola in presenza e che anzi rischia di incrementare, nell’immediato, l’abbandono scolastico e, a seguire, di abbassare ulteriormente i livelli di istruzione (nel 2019 il 13,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni aveva non più del titolo di scuola secondaria di I grado). Detto questo bisogna però essere chiari e non leggere in modo sbagliato la realtà”.

In che senso?

Innanzitutto nel senso che dobbiamo ricordare che le scuole non sono affatto chiuse e non lo sono mai state, anche quando erano costrette alla dad. Non dobbiamo dimenticare l’enorme sforzo fatto dai lavoratori della scuola per rendere gli ambienti sicuri e per attuare rigorosamente procedure e protocolli a garanzia della salute di tutti. Inoltre le scuole del ciclo primario funzionano in presenza in quasi tutto il paese e le stesse secondarie sin dall’inizio dell’anno scolastico hanno mantenuto in presenza – con grandissima fatica – i laboratori. Insomma, la realtà è articolata e non si può ridurre alle semplificazioni delle opposte tifoserie e a una logica strumentale che punta spesso al consenso delle famiglie o dei lavoratori, come è evidente in certe decisioni prese da alcune Regioni basandosi su dati sanitari su cui però non c’è alcuna certezza ma solo presunzioni.

Ti riferisci in particolare alla Puglia dove è stata addirittura lasciata alle famiglie la scelta di mandare o no i propri figli in classe?

Una decisione incredibile che trasforma la scuola in un servizio a domanda individuale.

Non pensi che la responsabilità di queste situazioni un po’ impazzite sia anche del governo centrale?

Penso proprio di sì. Decisioni di questo tipo non possono essere lasciate alle Regioni. Le differenze territoriali sono un dato storico, ma oggi vediamo una accelerazione a partire da diritto all’istruzione.  La grande responsabilità politica che imputo al governo è di aver alimentato nei fatti il regionalismo differenziato. Il forte conflitto istituzionale tra poteri, centrale e locali, è come se nascondesse un patto tacito tra il governo e i presidenti di Regione: voi concedete all’esecutivo l’ampio ventaglio di poteri che si legittima con lo stato di emergenza, e io vi lascio mano libera su alcune materie. Il precipitato storico di questo patto scellerato è di fatto una sorta di neo-federalismo nascosto e non formalizzato, nel quale i presidenti si fanno chiamare sempre più spesso “governatori”, le decisioni politiche e istituzionali dell’esecutivo sono sempre sub iudice e si è alimentato il potere di intervento su materie finora sconosciuto alle stesse Regioni. A questo si è aggiunto il conflitto proprio sul ritorno alla scuola in presenza il 7 Gennaio chiaramente finito nel tritacarne della crisi politica. Doveva decidere il governo su parametri chiari e invece ancora una volta ha delegato nei fatti alle Regioni con il caos conseguente e gli interventi dei Tar.

E però qui entra in gioco il famigerato Titolo V della Costituzione...

L'istruzione è competenza dello Stato centrale nei limiti definiti dalla riforma, appunto, del titolo V che rimane a mio avviso un grande errore. Il governo, abdicando alle sue funzioni e lasciando tutto in mano alle Regioni, si è reso responsabile della frammentazione che si è creata e che rilancia nei fatti quell’autonomia differenziata contro cui ci siamo battuti con forza. Tutti devono avere la consapevolezza che i cambiamenti continui sul modo di fare scuola e la necessità di modificare le strategie educative senza alcuna bussola stanno avendo un impatto devastante sulla continuità didattica. In un sistema nazionale le scelte rispetto alla didattica in presenza o distanza devono essere nazionali e vanno adottate sulla base di parametri e standard. Per questo spero che la rotta tracciata dal presidente del consiglio cambi: sull’istruzione serve una visione nazionale. Ovviamente poi le scelte devono essere adattate ai territori, ma non si può lasciare la decisione alle Regioni. La Puglia non è la California ed Emiliano non è un governatore, ma “solo” un presidente di Regione. Senza poi tralasciare il fatto che anche l’autonomia scolastica non è stata rispettata, cosa che porta a un peggioramento della qualità dell’istruzione offerta. Anche nei tavoli prefettizi provinciali spesso, oltre ai sindacati, non sono state ascoltate neanche le scuole.

In una lettera scritta insieme alla Cgil e inviata al governo voi sollecitate dati epidemiologici certi sui contagi nelle scuole...

È l’unico modo per prendere decisioni, sul tipo di frequenza a scuola, che siano basate su elementi oggettivi e non ideologici. Una recente indagine dell’European centre for disease prevention and control – condotta su oltre 4,5 milioni di casi provenienti da 17 Paesi (Italia inclusa) dal primo agosto al 29 novembre 2020 – mostra un aumento costante dei tassi di contagio nella popolazione di età compresa tra i 14 e i 19 anni, il cui numero ha raggiunto quello della classe di età 19-39 anni. Incremento che viene associato alla riapertura delle scuole e su cui incide soprattutto la mobilità e la socialità spinta degli adolescenti. Ovviamente non è chiaro dove il contagio avvenga, però lo studio sollecita un impegno per avere dati certi sulle catene di trasmissione e per definire il ruolo dell’ambiente scolastico nella trasmissione stessa. Sono cose che chiediamo anche noi: ricostruire un sistema di tracciamento per rompere le catene di trasmissione, acquisire dati, fare screening sistematici che riguardino tutta la comunità scolastica. Non bisogna guardare solo all’oggi: tutto ciò serve anche in previsione di una possibile terza ondata, soprattutto se con i mutamenti il virus dovesse rivelarsi più contagioso tra i più piccoli e dunque mettere a rischio la scuola in presenza nel ciclo più delicato per gli apprendimenti che è quello primario. Poi ovviamente bisogna rivedere i protocolli di sicurezza, ridurre ora il numero di alunni per classe per garantire un distanziamento effettivo e migliorare la qualità della scuola in presenza, investire sugli organici. Le classi per il prossimo anno si stanno componendo con i parametri della legge Gelmini, altro che.

Tra le richieste dei sindacati c’è anche quella di predisporre azioni per il recupero degli apprendimenti che in questi mesi sono comunque stati persi...

Sì. E anche in questo caso è lo Stato a dover investire. Non esiste che l’Emilia Romagna decida da sola cospicui investimenti per prolungare l’anno scolastico: così si “torna” all’autonomia differenziata. È lo Stato che deve investire e saranno poi le autonomie scolastiche a intervenire trovando modalità di recupero adeguate ai propri bisogni specifici.

Come si intrecciano questi ragionamenti con il Recovery plan che si sta discutendo in questi giorni?

A parte l’indubbia importanza della quantità delle risorse stanziate che è significativa e che è importante soprattutto per la scuola dell’infanzia che come è noto per noi va resa obbligatoria – così come va reso obbligatoria l’istruzione fino ai 18 anni, con forti investimenti sul tempo scuola – siamo preoccupati per quella che ci sembra una classica impostazione neoliberale con la riproposizione del new public management come cura di ogni male. Abbiamo già sperimentato quanto sia ideologica e fallimentare questa visione.

In che senso?

Sembra che i problemi della scuola siano quelli che riguardano l’efficienza gestionale. Se leggiamo insieme il Pnrr (il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr) e l’atto di indirizzo politico emanato da poco dalla ministra Azzolina per l’anno 2021, notiamo un’enfasi su un’idea di rafforzamento delle strutture gerarchiche dell’amministrazione piuttosto che su una sua maggiore qualificazione, penso per esempio alla “povertà” degli uffici scolastici regionali. Per non parlare del rapporto di lavoro, materia sulla quale sembra prevalere l’idea di una nuova legificazione, piuttosto che della piena valorizzazione della dimensione negoziale. Non troviamo traccia di investimenti sulla professionalità. Si parla, è vero, di formazione, ma anche in questo caso le scelte andrebbero fatte con la contrattazione e non con norme legislative.