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"La scuola italiana non è classista ma non attiva più l’ascensore sociale"

Intervista ad Ajello, presidente Invalsi

18/01/2020
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la Repubblica

Maria Novella De Luca

«La scuola non è più un ascensore sociale perché non riesce più a raggiungere i ragazzi svantaggiati. Troppe differenze, troppe origini diverse, troppa società disgregata intorno. E i prof alzano bandiera bianca». Anna Maria Ajello, presidente dell’Invalsi, non ha paura di guardare in faccia la realtà. E di raccontare, dati alla mano, quella che sembra, almeno in parte, la cronaca di una disfatta. Scuole che separano i ricchi dai poveri, istituti che segnalano sulla propria "carta d’identità" la presenza di disabili, immigrati o «figli di colf e badanti», o viceversa i plessi «alto borghesi». Ma soprattutto un divario, drammatico, di competenze, figlie di quella stessa distanza socioeconomica.

Professoressa Ajello, la scuola sta abbandonando i più fragili? I dati Ocse-Pisa 2018 dicono che sulle capacità di lettura, ad esempio, gli studenti "avvantaggiati" hanno 5 volte più probabilità di avere buoni voti rispetto ai compagni più poveri o meno seguiti.

«Questo è il quadro e non è confortante. Per la scuola pubblica italiana, che per tutto il ‘900 è stata un ascensore sociale formidabile, è una sconfitta. Ma dobbiamo tenere conto di due elementi. Il primo è che l’ascensore sociale si è fermato in tutto il Paese, perché il lavoro non c’è, o è sempre più precario. Il secondo è il numero di studenti svantaggiati che oggi sono entrati nella scuola. Con una complessità di situazioni che il nostro sistema d’istruzione, troppo uguale a se stesso, non riesce proprio a gestire».

Nel senso che fino a qualche decennio fa si iscrivevano alle scuole superiori, in particolare al liceo, pochi studenti svantaggiati?

«Sì, i numeri sono cresciuti, ma soprattutto sono aumentate le situazioni di disagio e di povertà educativa che si presentano in una classe. E la scuola, socialmente, ha perso autorevolezza. Con il risultato che a volte, per portare avanti tutti, si abbassa il livello generale, con danni che poi si vedono all’università. Però attenzione: l’incertezza del futuro, il senso di precarietà che anche noi adulti comunichiamo ai ragazzi, contribuisce al senso di demotivazione collettiva».

Come se studiare non fosse così fondamentale per crearsi un futuro.

«Sappiamo che non è così, anzi la guerra sulle competenze è ormai feroce, il mondo del lavoro richiede specializzazioni sempre più alte. Ma il messaggio che passa è quello».

Più studenti svantaggiati al liceo, e prof in panne. Questo porta famiglie e dirigenti a creare classi differenziate per ceto? Una scuola segregazionista?

«Francamente la scuola italiana è ancora una delle meno classiste in assoluto. E il ministero ha emanato circolari molto ferme contro le classi ghetto, fatte solo, ad esempio, di ragazzi di origine straniera. O al contrario, contro classi formate soltanto da figli di famiglie abbienti».

E allora perché accade? L’istituto di via Trionfale a Roma è un esempio.

«Perché le famiglie fanno pressione e i presidi si fanno condizionare».

Ma la differenza di competenze non deriva anche dal fatto che le scuole frequentate da un’utenza più "bassa" hanno meno fondi, meno opportunità?

«No, non è una questione di fondi. Il Sud negli anni ha avuto moltissimi finanziamenti, eppure, a parte alcuni casi, il Nord è più avanti nei risultati scolastici».

«Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Lo scriveva don Milani nel 1967. Stiamo respingendo i più deboli?

«Il rischio c’è se non si restituisce all’istruzione il posto che merita nella società. Con risorse, stipendi adeguati per i professori, autorevolezza, smettendola di fare riforme ogni sei mesi. Ritrovando, anche, il senso di missione sociale della scuola».