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La scuola è una scatola nera

di Tullio De Mauro

01/02/2013
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da Internazionale

Nelle indagini statistiche sull'istruzione  non cercate il Santo Graal. La  scuola è una scatola nera. Non ci sono  bacchette magiche per capire cosa ci  succede dentro. Conosciamo e misuriamo  almeno in parte quello che immettiamo,  gli input: risorse investite, reclutamento e  retribuzione degli insegnanti, programmi. E conosciamo  e misuriamo alcuni risultati finali, gli output, come  i livelli di conoscenze e abilità degli alunni  che ne escono.  Ma guai a stabilire correlazioni rigide  tra un certo input e un certo output: finiamo  fuori pista. Sono questi i caveat che  Paul Kielstra, accreditato studioso di  tendenze macroeconomiche, e Denis  McCauley, dell' Economist Intelligence  Unit, si preoccupano di mettere avanti  fin dalle prime pagine del rapporto The  learning curve. Lessons in country performance  in education (La curva dell'apprendimento.  Lezioni sui risultati di un paese  nell'istruzione), pubblicato in rete dall'editore Pearson  e curato dall'Economist.  Il rapporto spreme il succo di una Lcdb, Learning  curve data bank, una banca dati, anch'essa scaricabile,  che per sessanta indicatori (di input finanziario, di risultati  educativi, di contesto socio-economico) dà le  variazioni delle correlazioni con l'andamento scolastico  in cinquanta paesi dagli anni novanta in poi. Un riassunto  breve è impossibile. Ma, per dare un'idea, si può  vedere con quali risultati la percentuale italiana di spesa  pubblica per l'istruzione sia andata crescendo dagli  anni novanta al 20 01 e poi sia regredita fin sotto i livelli  degli anni novanta, mentre le percentuali svizzera e  svedese, molto maggiori dell'italiana, sono andate crescendo,  e quella danese e finlandese, anch'esse ben più  alte dell'italiana, sono andate leggermente decrescendo.  Oppure possiamo vedere quanto pesa la pressione  delle famiglie perché le scuole spingano ad alti risultati:  moltissimo in Qatar, poco o quasi niente in Germania,  Finlandia, Hong Kong, Cina, con scuole dai risultati  eccellenti.  Questo sforzo di sintesi di Pearson ed Economist ha  diverse motivazioni. Per il 1950-2010 una ricerca di  Robert Barro e Jong Wha-Lee in 140 paesi ha mostrato  la correlazione tra lo sviluppo dei diversi livelli di istruzione  e la crescita dei redditi nazionali e individuali.  Anche prima di questo studio la percezione della relazione  tra istruzione e sviluppo ha sollecitato indagini  che, però, hanno rischiato di assumere una prospettiva  soltanto economicistica e produttivistica. Lo ha denunciato Benedetto Vertecchi nell'editoriale del numero  speciale con cui la rivista Cadmo ha celebrato i suoi  vent'anni. Anche un recente saggio di Andreas Schleicher,  di cui Annamaria Testa ha scritto in "La scuola  del duemila" (intern.az/scuola2o o o), pur se ha un orizzonte  più ampio e complesso, rischia di farsi leggere in  modo riduttivo: facciamo scuole che sviluppino intelligenza  critica e creatività perché questo migliora la produttività  (anche su questo il rapporto Pearson fa luce) e  lo chiedono gli imprenditori (poco gli Italiani).  Ma in molti paesi, indipendentemente  dagli obiettivi strettamente economici,  le politiche scolastiche e i possibili  interventi per migliorare l'istruzione  sono stati e restano temi centrali, che impegnano  i capi di stato e governo o i leader  che si candidano a diventar tali. E, a  pensarci, è ovvio: una classe politica, se  vuole davvero governare, e cioè concorrere  a indirizzare a lungo termine l'intera  vita di un popolo, deve impegnarsi a fondo  per favorire (ma attenzione: anche  soffocare) cultura e istruzione, cioè le istituzioni della  cultura e, massima tra queste, il sistema dell'istruzione,  la scuola.  Le grandi indagini periodiche comparative internazionali  sui risultati dell'istruzione sono state e sono in  parte effetto in parte concausa di questa consapevolezza  delle classi dirigenti. Dagli anni novanta queste indagini  rovesciano nell'informazione ondate di dati e  classifiche, ma, in parte per il modo sommario in cui  sono usate, lasciano in ombra due aspetti fondamentali  per capire che ne è di un sistema di istruzione: il tempo  e lo spazio, la vicenda storica e la geografia culturale  in cui le scuole operano. The learning curve aiuta a correggere  questo difetto di ricezione.  Rispetto a visioni semplicistiche è un buon correttivo  dire che la scuola è una scatola nera. The learning  curve però comincia a farci capire che in realtà essa non  è propriamente tale. Piuttosto è un aggregato di parti,  certo interagenti, ma non in modo automatico: parti  inanimate, statiche (gli edifici o i programmi e le norme),  e parti in continua evoluzione come dirigenti, insegnanti,  alunni, tecnici e personale amministrativo,  tutti imprevedibili esseri umani, tutti differenziati per  età e provenienza socioculturale. L'intero insieme è in  un delicato rapporto di dare e avere con la cultura antropologica  e quella intellettuale di un paese, con le sue  lingue e la sua etica, con la politica dei gruppi dirigenti,  con il progredire delle conoscenze scientifiche, con le  esigenze dell'economia e del lavoro. Nella vita dei popoli  qualcosa di più reale e più santo del Santo Graal.