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La scuola che cerca la visione

Questo governo ha una maggioranza tra le più larghe della storia, i leader politici hanno promesso di abbassare le armi, il Covid ha esasperato le diseguaglianze ma ha anche mostrato che insegnanti e studenti sanno mettersi in gioco. È un’occasione da non perdere.

23/02/2021
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Corriere della sera

di Gianna Fregonara e Orsola Riva

Difficile dire ora che cosa riuscirà a fare il governo del programma di riforma della scuola descritto dal presidente del Consiglio Mario Draghi nel discorso al Senato. Il progetto più immediato e semplice appare quello di riforma degli Its, gli istituti tecnici superiori per i quali già il governo precedente aveva immaginato di investire 1,5 miliardi del Next Generation Eu. Sigla fino a tre giorni fa sconosciuta ai più, gli Its non sono gli istituti tecnici industriali ma percorsi post diploma di maturità, paralleli alla laurea e ad essa alternativi.

Gli Its sono nati una decina di anni fa dalla collaborazione fra scuole, uni-versità e aziende del territorio e hanno l’obiettivo di formare — in un corso biennale o triennale — quadri inter-medi super specializzati spesso più ricercati degli stessi laureati dalle piccole e medie imprese. Gli indirizzi di studio vanno dalla meccatronica alle nuove tecnologie del Made in Italy, hanno tassi di occupazione sopra l’80 per cento, ma continuano ad essere poco più che un esperimento. Gli iscritti sono meno di 20 mila contro i 400 mila francesi che conseguono un brevet o un diplôme de technologie e il milione di tedeschi delle Fachhochschule . Se oggi l’Italia è maglia nera in Europa per numero di giovani laureati — definizione nella quale rientrano tutti i titoli di educazione terziaria, universitari e non — è anche per la penuria di percorsi profes-sionalizzanti come questi. Ma decuplicare gli studenti in cinque anni, come è previsto dall’ambizioso programma di rilancio, è più facile a dirsi che a farsi: innanzitutto sarà necessario sciogliere il nodo del rapporto con l’Università — che con rare eccezioni non ha mostrato attenzione a questi corsi — e stabilire standard di preparazione e orga-nizzazione che garantiscano la stessa qualità in tutto il Paese senza perdere quella flessibi-lità organizzativa che li rende così adattabili alle esigenze del mercato del lavoro. E soprattutto andrà inventata una formula efficace per poterli far crescere anche al Sud. Serve dunque molto di più di questo miliar-do e mezzo: per imporre questo modello di scuole di specializzazione ci vogliono una volontà e una capacità riformatrice che finora non ci sono state. E comunque non basta, perché oggi quasi uno studente su sei non raggiunge nemmeno il traguardo del diploma di maturità. Per non parlare di quanti ci arrivano ma con una preparazione talmente scarsa che con il pezzo di carta ci fanno poco o nulla. Da qui al triste primato italiano di oltre 2 milioni di giovani che non studiano e non lavorano il passo è breve. Secondo le ultime rilevazioni Invalsi (2019), un maturando su quattro possiede capacità linguistiche scadenti o molto scadenti. E in matematica uno su tre non arriva alla suf-ficienza. Un ritardo che colpisce il Sud molto più del Nord e gli istituti tecnici e professio-nali più dei licei. Eppure gli strumenti per intervenire ci sarebbero: per esempio, grazie alle rilevazioni sugli apprendimenti da parte di organismi come l’Invalsi, siamo in grado di sapere con precisione da orologiaio cosa manca agli studenti deboli. Potremmo cam-biare il loro percorso scolastico e la loro vita. Ma di nuovo, i dati e le idee non bastano: il ritardo nel riformare la scuola italiana è figlio di uno scontro ideologico, di rigidità irragio-nevoli che spingono alla conservazione, della mancanza di coraggio e di visione da parte di chi ha responsabilità. Questo governo ha una maggioranza tra le più larghe della storia, i leader politici hanno promesso di abbassare le armi, il Covid ha esasperato le diseguaglianze ma ha anche mostrato che insegnanti e studenti sanno mettersi in gioco. È un’occasione da non perdere.