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La scienza e i timori dell'università: non perdiamo il pensiero

Lettera aperta al ministro Manfredi: in un momento come questo le idee sono preziose e gli atenei, insieme, possono metterne a disposizione un grande patrimonio

01/06/2020
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la Repubblica

Maurizio Bettini

Gentile ministro Manfredi, durante questo periodo di confinamento lei ci è un po' mancato. Sono stati mesi duri, trascorsi in casa davanti a un piccolo schermo di computer che doveva supplire alle nostre aule, biblioteche, studi e soprattutto alla presenza viva dei nostri studenti, dei nostri colleghi e di tutte le persone che lavorano nelle Università. Per cui più volte ci siamo chiesti: ma perché il nostro ministro, visto che ora ne abbiamo uno tutto per noi, non ci dice qualcosa? Per esempio, che cosa pensa della teledidattica?

Ce la lasceremo alle spalle oppure entrerà a far parte stabilmente del nostro insegnamento? Sarebbe un cambiamento epocale, comunque, che rischierebbe di svuotare non solo le aule, ma anche le piccole città universitarie. E poi. Quasi ogni sera abbiamo visto la sua omologa, ministra dell'Istruzione, comparire in tv per affrontare tutti i problemi che la scuola le pone, e per questo le siamo nel cuore - francamente ci avrebbe fatto piacere vedere qualche volta anche lei. Per carità, non creda che siamo fautori degli annunci e delle polemiche. Sappiamo benissimo che lei passa le sue giornate al ministero, i rettori ci trasmettono le circolari e le comunicazioni che lei fa emanare.

Si è verificata però una situazione imbarazzante. L'eccesso di scuola e il deficit di università nei mezzi di comunicazione ha finito per accreditare l'idea che in Italia istruzione ed educazione siano sinonimo dei soli primi tre cicli, quasi che la formazione superiore, quella universitaria, non fosse importante. Mentre è perfino ovvio dire che essa costituisce l'ingranaggio forse più delicato di tutta la macchina, perché è il suo buon funzionamento che ci garantisce un futuro di medici, giuristi, ingegneri, professori - insomma di "intellettuali" capaci di svolgere egregiamente mestieri complicati e comprendere prima e meglio di altri cos'è più utile al nostro Paese.

In questi mesi di confinamento abbiamo seguito gli interventi di decine di scienziati, virologi, medici, dalle cui labbra tutti pendevamo. Pur nel dolore che i loro dati spesso ci provocavano, è stato uno spettacolo magnifico. Abbiamo assistito al ritorno in scena della scienza e della cultura dopo anni in cui si era fatta piuttosto l'apologia dell'ignoranza, dell'uno vale uno, del parla come mangi; mentre tutto ciò che non era "mangiabile" finiva per essere declinato tramite il suffisso "-oni", "paroloni", "giornaloni", "professoroni".

Ecco, perché non cogliere questa novità, signor ministro, il ritorno della scienza al centro della vita italiana, per spingere in prima linea anche tutte le altre forze intellettuali che stanno dentro le università? Invitando ufficialmente non solo scienziati, ma anche giuristi, umanisti, studiosi di scienze sociali, e così via a riflettere in aula sulle proprie discipline, per progettare un futuro culturale, oltre che sociale ed economico, degno della rinascita che ci meritiamo. Dopo quanto è avvenuto ci esorti e ci aiuti a tornare a studiare, a pensare. In un momento come questo le idee sono preziose e l'università, tutta intera, può metterne a disposizione un grande patrimonio.


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