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La scienza che sa unire

La scienza esprime nei fatti e nei comportamenti un corpus di valori cui si può fare appello per il rilancio dell’Europa

10/08/2018
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la Repubblica

Lucia Votano

L’Europa negli ultimi cento anni ha perso il primato della conoscenza che gli ha consentito di dominare il pianeta per quasi un millennio. E sta smarrendo il senso della sua identità, del comune substrato culturale frutto della sua storia. La scienza è stata parte essenziale di questo processo unificante. Basti solo citare il radicale cambiamento del pensiero operato dalla rivoluzione scientifica del Seicento a opera di scienziati, filosofi, pensatori in tutta Europa. Il Laboratorio del Cern di Ginevra, famoso per la scoperta del bosone di Higgs, è stato fondato nel 1952 da12 Stati europei. Oggi La Ue conta 22 Stati membri e un certo numero di Paesi osservatori o associati di tutto il pianeta. Oltre 12.000 scienziati provenienti da più di cento nazionalità vi lavorano in pace, anche se provenienti da nazioni ostili o in guerra tra loro.

Un altro esempio di collaborazione globale è il Laboratorio Infn del Gran Sasso, all’avanguardia per la fisica astro- particellare. Il contributo scientifico degli europei a queste imprese è uno dei pochi primati che l’Europa possa ancora vantare e un baluardo di quella supremazia conoscitiva su cui il nostro continente deve puntare per arrestare il suo declino. Quando ampie comunità lavorano insieme per un alto obiettivo, si possono realizzare con successo grandi imprese globali e l’integrazione tra i diversi popoli si realizza più facilmente. La scienza esprime nei fatti e nei comportamenti un corpus di valori cui si può fare appello per il rilancio dell’Europa: ha saputo realizzare un ambiente culturale abituato al confronto, all’uso della razionalità, alla propensione a cooperare indipendentemente da differenze di nazionalità, religione, sesso.

Rendere più pervasivi nella società questi valori è una sfida per gli scienziati. Ripartire dalla scienza per un rilancio dell’Europa sarebbe tanto più essenziale poiché nel mondo si sta affermando la società della conoscenza come motore principale dell’economia produttiva e, quindi, del benessere economico. È però vero che negli ultimi anni si sono acuite molto le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. L’Europa dovrebbe preoccuparsi quindi non solo di tenere il passo a livello globale con adeguati investimenti in formazione, cultura e ricerca, ma anche di garantire una maggiore democrazia nella gestione del sapere, i cui benefici economici e sociali devono essere più equamente distribuiti tra i diversi Stati e a livello dei singoli cittadini. Oltre a invocare cooperazione sulla difesa o una fiscalità omogenea, occorre che la Ue promuova una comune politica della ricerca per garantire che ogni nazione vi dedichi adeguati investimenti, con un giusto equilibrio tra finanziamenti pubblici e privati, ricerca di base e applicata.

Il complesso rapporto scienza– società- democrazia è un nodo cruciale per una nuova Europa. Le scelte strategiche e d’indirizzo della ricerca a immediato impatto sociale dovrebbero scaturire da un più stretto confronto tra politica, scienziati, imprese e istanze sociali e civili dei cittadini europei. Si deve però formare una cittadinanza consapevole, basata sulla comprensione profonda del senso della scienza, dei fondamenti della sua affidabilità. Sarebbe un’arma potente per rendere tutti capaci di discernere tra opinioni spesso manipolatorie e dati accertati scientificamente. Riaffermare la fiducia verso la scienza è importante in un momento in cui sovranismi e populismi sembrano voler prendere il sopravvento.


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