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La rivolta della scuola contro la regionalizzazione dell’istruzione

La secessione dei ricchi. Un documento, inedito, è stato sottoscritto dai sindacati confederali e da quelli di base della scuola, insieme alle associazioni e agli studenti contro il progetto di "regionalizzazione" dell'istruzione contenuto nell'"autonomia differenziata" che la Lega ha sottoposto al suo governo. Fino al 22 gli studenti bloccheranno le lezioni, primo sciopero dei sindacati il 27 febbraio

16/02/2019
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il manifesto

Roberto Ciccarelli

Il «più netto dissenso riguardo alla richiesta di ulteriori forme di autonomia in materia di istruzione avanzata dalle Regioni Veneto, Emilia e Lombardia» è stato espresso in un documento sottoscritto dai maggiori sindacati (Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Gilda e Snals) da quelli di base (Cobas, Unicobas). A questo schieramento, per molti versi inedito, si sono aggiunte decine di associazioni attive nel mondo della scuola, tra le quali «Per la scuola della Repubblica», Proteo, gli autoconvocati. E gli studenti Link, Uds e Udu. «È un’ipotesi che pregiudica la tenuta unitaria del sistema nazionale». Si chiede la mobilitazione «per fermare un disegno politico disgregatore dell’unità e della coesione sociale». Gli studenti dell’Uds bloccheranno le lezioni fino al 22 febbraio. Unicobas e Anief scioperano il 27.

“Obiettivo del progetto – si legge nel documento – è quello di regionalizzare la scuola e l’intero sistema formativo tramite una vera e propria ‘secessione’ delle Regioni più ricche, che porterà a un sistema scolastico con investimenti e qualità legati alla ricchezza del territorio. Si avranno, come conseguenza immediata, inquadramenti contrattuali del personale su base regionale; salari, forme di reclutamento e sistemi di valutazione disuguali; livelli ancor più differenziati di welfare studentesco e percorsi educativi diversificati. Di fatto viene meno il ruolo dello Stato come garante di unità nazionale, solidarietà e perequazione tra le diverse aree del Paese; ne consegue una forte diversificazione nella concreta esigibilità di diritti fondamentali”.

“La scuola – prosegue il documento – non è un semplice servizio, ma una funzione primaria garantita dallo Stato a tutti i cittadini italiani, quali che siano la regione in cui risiedono, il loro reddito, la loro identità culturale e religiosa. L’unitarietà culturale e politica del sistema di istruzione e ricerca è condizione irrinunciabile per garantire uguaglianza di opportunità alle nuove generazioni nell’accesso alla cultura, all’istruzione e alla formazione fino ai suoi più alti livelli”.

Al contrario “regionalizzare la scuola e il sistema educativo e formativo significherebbe prefigurare istituti e studenti di serie A e di serie B a seconda delle risorse del territorio; ignorare il principio delle pari opportunità culturali e sociali e sostituirlo con quello delle impari opportunità economiche; disarticolare il contratto collettivo di lavoro attraverso sperequazioni inaccettabili negli stipendi e negli orari dei lavoratori della scuola che operano nella stessa tipologia di istituzione scolastica, nelle condizioni di formazione e reclutamento dei docenti, nei sistemi di valutazione, trasformati in sistemi di controllo; subordinare l’organizzazione scolastica alle scelte politiche – prima ancora che economiche – di ogni singolo Consiglio regionale; condizionare localmente gli organi collegiali. Significa in sostanza frantumare il sistema educativo e formativo nazionale e la cultura stessa del Paese”.

Secondo i sindacati e le associazioni le conseguenze dell’applicazione delle norme previste dal governo saranno gravissime: “Verrebbero infatti meno principi supremi della Costituzione racchiusi nei valori inderogabili e non negoziabili contenuti nella prima parte della Carta costituzionale, che impegnano lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale. Questa frammentazione sarà foriera di una disgregazione culturale e sociale che il nostro Paese non potrebbe assolutamente tollerare, pena la disarticolazione di un tessuto già fragile, fin troppo segnato da storie ed esperienze non di rado contrastanti e divisive”.

«Non vogliamo i docenti su un ruolo regionale come Veneto e Lombardia – si è difeso Patrizio Bianchi, assessore emiliano alla scuola – ma fare un’allocazione del personale, programmare l’edilizia scolastica, garantire il diritto allo studio»