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La questione meridionale dell’università: il sud è già condannato alla resa

Il rapido e progressivo abbandono delle università e degli studenti del sud dell’Italia è il risultato non solo della riduzione delle risorse, ma dell’adozione di meccanismi premiali distorti per la loro distribuzione

15/12/2015
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ROARS

Alberto Baccini

Il rapido e progressivo abbandono delle università e degli studenti del sud dell’Italia è il risultato non solo della riduzione delle risorse, ma dell’adozione di meccanismi premiali distorti per la loro distribuzione.  All’ANVUR è stato dato il compito di produrre “dati oggettivi” al fine di premiare la didattica e la ricerca. Questo ha permesso ai governi di nascondere dietro la presunta oggettività dei numeri scelte politiche che, se fossero state esplicitate, non avrebbero trovato un facile consenso nell’opinione pubblica. La retorica del merito e dei parametri oggettivi sta realizzando il piano che proprio uno dei membri dell’ANVUR dichiarò ad un giornale nel febbraio 2012: “Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university (università di Serie A, ndr) e teaching university (università di serie B, ndr). Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.” Quello che l’ANVUR non disse – ma era così difficile capirlo? – era che le università di serie B e le chiusure si sarebbero concentrate  selettivamente proprio nelle regioni meridionali. 

Articolo pubblicato sulla prima pagina de Il Mattino di Napoli il 7 dicembre 2015.

C’è una questione meridionale nell’università italiana? Se lo chiede Mauro Fiorentino in un libro La questione meridionale dell’Università, appena pubblicato per ESI, Napoli. La questione c’è. Ed è il risultato di una complicata combinazione di fattori che stanno svuotando le università del Sud di studenti, professori e finanziamenti. Una combinazione di fattori che non è stata decisa esplicitamente dai governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni; né tantomeno dal parlamento. Ma è il risultato dell’adozione generalizzata di strumenti premiali adottati in un contesto di progressiva e continua riduzione dei finanziamenti, che hanno spostato risorse dalle università del Sud a quelle del Nord.

Pochi giorni fa sul sito www.roars.it è uscita la notizia che finalmente l’Italia ce l’ha fatta: siamo ultimi nella classifica per la quota di laureati nella popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Si è realizzato l’obiettivo di quanti in questi anni hanno sostenuto sulla grande stampa nazionale che i laureati non servono, che con un miliardo e quattrocento milioni di cinesi che vogliono venire in Italia a fare le vacanze non abbiamo bisogno delle università, che in effetti di università l’Italia ne ha anche troppe. L’OCSE (Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica) ha calcolato che in Italia ci sono 24 laureati ogni cento giovani, contro i 41 della media OCSE, certificando così la nostra ultima posizione in classifica. Fino all’anno scorso eravamo penultimi a pari merito col Cile e davanti alla Turchia, due nazioni che quest’anno ci hanno superato.

E’ da sottolineare che non è a causa dell’inefficienza del sistema universitario o dello spreco di risorse che abbiamo ottenuto questo risultato. Almalaurea stima, sulla base di dati OCSE, che in Italia far laureare uno studente costa in media la metà che in Germania; il 60% che in Francia e Spagna. Questo risultato lo abbiamo ottenuto perché in questi anni abbiamo ridotto le risorse destinate all’università. Siamo infatti al penultimo posto nella classifica della spesa pubblica per istruzione universitaria  in rapporto al PIL. Spendiamo lo 0,9% contro una media OCSE dell’1,6%; peggio di noi percentualmente fa solo il Lussemburgo.

L’università e la ricerca (con la scuola) sono i settori che pagato il prezzo più alto in termini di riduzione della spesa pubblica. Ed il taglio è stato fortemente selettivo dal punto di vista territoriale. Secondo i calcoli di Fiorentino, la riduzione del fondo complessivo per il funzionamento delle università nel periodo 2009-2014 è stata a carico per il 50% degli atenei del mezzogiorno, lasciando in media invariato il finanziamento delle università del Nord.

Veniamo ora alla questione degli studenti. L’Italia ha perso tra il 2010, anno dell’entrata in vigore della legge Gelmini, ed il 2015, oltre 27mila immatricolati, pari ad una riduzione media del 9%. Nel 2010, ogni 10 studenti che avevano conseguito la maturità, se ne iscrivevano all’università circa 7; Dopo cinque anni il loro numero si è ridotto a 6. Anche in questo caso i dati OCSE danno all’Italia un triste primato: solo Messico e Sud-Africa hanno una quota di iscrizioni all’università più basse di quelle fatte registrare dall’Italia. Ed anche in questo caso le diversità territoriali sono impressionanti: perdono oltre un quarto degli immatricolati Basilicata (-33%), Abruzzo (-30%), Sicilia (-25%), Molise (-25%), Calabria (-23%). Solo le università campane si attestano sulla perdita media nazionale. Perché sta accadendo questo?

Principalmente per due ragioni. La prima è che l’università italiana costa troppo agli studenti: nella classifica OCSE, dopo Regno Unito e Olanda, l’Italia è terza in Europa per costo delle tasse universitarie.  La seconda è che abbiamo un problema enorme per quanto riguarda gli interventi per il diritto allo studio. Una cosa di cui non dovremmo meravigliarci, visto che ascoltati consiglieri dei governi di centro destra e di centro sinistra hanno sostenuto esplicitamente che il diritto allo studio non riguarda l’università, perché “l’università pubblica dovrebbe essere pagata autonomamente da chi la frequenta (così come ogni cittadino si paga il ristorante, il cinema e l’automobile)”. Ed infatti l’Italia ha un altro primato di cui non dovremmo vantarci: siamo gli unici ad avere la figura dello studente che ha diritto alla borsa di studio, ma che non la riceve, il cosiddetto “idoneo non beneficiario”. Nel 2013/14, erano 46mila studenti su 186mila aventi diritto: in media in Italia uno studente su quattro ha diritto alla borsa, ma non la riceve. La disparità territoriale è impressionante: nelle regioni del Sud uno studente idoneo su due è nella condizione di “idoneo non beneficiario”. Questo significa che circa l’80% degli idonei non beneficiari è concentrato nelle regini del Sud, con la Sicilia che ha da sola quasi un terzo degli idonei non beneficiari italiani.

Sarebbe troppo lungo e tecnicamente complesso mostrare che questo rapido e progressivo abbandono delle università e degli studenti del sud dell’Italia è il risultato non solo della riduzione delle risorse, ma dell’adozione di meccanismi premiali distorti per la loro distribuzione.  E’ utile però notare che su un punto non si sono risparmiate risorse, costituendo una costosissima agenzia, l’ANVUR, cui è stato dato il compito di produrre “dati oggettivi” al fine di premiare la didattica e la ricerca. Questo ha permesso ai governi di nascondere dietro la presunta oggettività dei numeri scelte politiche che, se fossero state esplicitate, non avrebbero trovato un facile consenso nell’opinione pubblica. La retorica del merito e dei parametri oggettivi sta realizzando il piano che proprio uno dei membri dell’ANVUR dichiarò ad un giornale nel febbraio 2012: “Tutte le università dovranno ripartire da zero. E quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research university (università di Serie A, ndr) e teaching university (università di serie B, ndr). Ad alcune si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche sede dovrà essere chiusa.” Quello che l’ANVUR non disse – ma era così difficile capirlo? – era che le università di serie B e le chiusure si sarebbero concentrate  selettivamente proprio nelle regioni meridionali


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