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La prof "Siamo stanchi anche noi ma riaprire ora è troppo rischioso"

Stinchi, insegnante in un liceo di Bologna

12/01/2021
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la Repubblica

Ilaria Venturi

«La Dad funziona, non demonizziamola». Anna Chiara Stinchi, 60 anni, docente di storia dell’arte al liceo Galvani di Bologna, preferisce continuare con l’insegnamento a distanza che «rientrare in un momento in cui non vedo le condizioni di sicurezza necessarie».

La ministra Azzolina dice che la Dad non funziona più.

«Non sono d’accordo, credo che la ministra ragioni più in termini politici che altro. Noi stiamo insegnando a distanza con grande decenza e serietà, non mi va che ora passi il messaggio che non si fa scuola. Il dibattito sul rientro in aula non scivoli su questa idea: noi stiamo lavorando con i ragazzi e anche sodo. Poi è vero che tutto quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo ce lo siamo dovuti inventare, ma non mi va che ora si butti tutto nel bidone».

Gli studenti soffrono senza scuola in presenza, non crede?

«Figuriamoci se non lo capisco, mi fanno una tenerezza infinita, sono loro le prime vittime e non so cosa farei per restituirgli la loro vita da adolescenti. Obiettivamente è una follia pensare che la didattica a distanza possa durare un anno. Ma non possiamo nemmeno fingere che la realtà sia normale, perché non lo è. Fanno bene a protestare, io ero una ribelle alla loro età. Ma soffrono per una pandemia che gli impedisce di avere una vita e una scuola normali».

Molte sono le petizioni per non rientrare in aula, eppure a settembre avete insegnato in presenza.

«E abbiamo vissuto il rischio, ora non ce la sentiamo di tornare in prima linea a fare i fenomeni, non ha senso. Le aule erano sicure, ma il contesto fuori non lo era e abbiamo visto com’è andata. Trovo indecente che in tutto questo tempo non si siano risolti i problemi veri: i trasporti, per esempio, e non i banchi. Sa piuttosto cosa ci mette più in difficoltà?».

Cosa?

«Questa incertezza, il continuo stop and go: non sai mai cosa succederà la settimana dopo. È squilibrante sentirsi in balia di decisioni dall’alto. Nessuno ci consulta».

Non vi sentite tutelati?

«Preferirei aspettare perché i contagi sono in crescita e non ci sono condizioni adeguate. I ragazzi perdono la scuola come socialità, ma non si può dire altrettanto sotto il profilo scolastico, la loro preparazione in certi casi è anche più innovativa».