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La paura del robot, il potere della politica

Possiamo sottrarci alla sindrome della macchinazione relativa al nostro rapporto con la macchina, fissandoci solo sull'idea che un robot possa prendere il nostro posto, almeno sul lavoro

24/09/2020
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Collettiva.it

Pino Salerno, responsabile Ufficio studi FLC CGIL

Machina: in greco e latino significa inganno e macchinazione, perché le si attribuisce una forza naturale, magica, spesso demoniaca, che sconvolge il senso del termine in senso negativo. E quando si passa alle macchine automatiche e a quelle elettroniche e informatiche questo aspetto perturbante davanti a qualcosa che ci appare non conosciuto, non maneggiato, si accresce. Col robot e le sue ''sembianze'' umane si crea una ulteriore confusione con qualcosa che appare né umano, né macchina, facendo diventare difficile da definire quel confine che con l'intelligenza artificiale si sposterà sempre più avanti. Per Roberto Esposito bisogna cambiare prospettiva e non vedere più queste realtà come nemiche dell’umanità, ma come una sorta di alleate. È l’invito a sottrarci alla sindrome della macchinazione relativa al nostro rapporto con la macchina, fissandoci solo sull'idea che un robot possa prendere il nostro posto, almeno sul lavoro. Maurizio Ferraris spiega come le macchine non abbiano ''alcuna motivazione per surclassarci''. Siamo noi che diamo loro sentimenti e impulsi umanizzati che esse non hanno, mentre sono solo strumenti in nostro potere per rimediare alle nostre insufficienze, automi che potenziano le nostre possibilità. Senza l'essere umano lo strumento e l'apporto della macchina è nullo, perde perfino il suo fine.

E proprio di paura, speranza, "apocalisse" e fine del mondo ha parlato Simona Forti, filosofa italiana, che ha dedicato la sua lezione a Gunther Anders. "Un filosofo poco letto e marginalizzato a dispetto di alcuni suoi tratti profetici" ha detto Forti, rimasto in ombra rispetto alla sua prima moglie Hannah Arendt, ma la sua attualità "rende incomprensibile questo oscuramento". È il suo nichilismo ad essere particolarmente vivo e connesso a questo tempo storico: "La nostra cecità verso l'apocalisse" rispetto alla quale possiamo solo "ritardare la fine, frenarla, dopo aver generato strumenti che hanno finito per avere una vita autonoma dall'umano, che si personificano e decidono per noi". Afferma Simona Forti che "la paura per Anders non deve paralizzare, deve spingere ad andare nelle piazze" anche servisse solo a ritardare la fine, mentre "la libertà resta costitutiva dell'essere umano e ne è la maledizione, non avendo predeterminazione, si è costretti ad essere liberi". Sulla speranza, gli arcobaleni e una certa retorica che ha accompagnato la pandemia e che è stata diffusa nell'opinione pubblica la filosofa ha ricordato Immanuel Kant: "La speranza così come è stata diffusa è trattare un po' infantilmente gli umani. Dovremmo essere capaci di guardare la realtà in faccia e non c'è bisogno che i fatti siano edulcorati o nascosti”.

A proposito di realtà, è un esame disincantato quello che Massimo Cacciari ha fornito. "La disoccupazione, la fine - almeno in questa parte del mondo - dell'occupazione keynesiana o porta a scelte di assistenzialismo con i vari redditi di cittadinanza, a questa continua rincorsa che vediamo di un processo che è invece inesorabile oppure a progettare con consapevolezza il nuovo corso". È in questa impugnazione del nuovo la strada della liberazione, secondo il filosofo, che riprende Max Weber con il suo concetto di "lavoro come vocazione" - che nulla ha a che vedere con il 'labor' latino come fatica e pena che è appunto quello che sta scomparendo. È nel "lavoro dello spirito" che sta la chiave di volta per la "liberazione dal processo produttivo" e la possibilità di un progetto nuovo. Di cosa parliamo? Di "un'alleanza che oggi non c'è tra politico e scienziato, tra potere e scienza". Dove "scienza è il sapere assoluto" come inteso nel sistema hegeliano, dove i "filosofi non sono più gli amanti del sapere, ma gli scienziati".

Oggi "il tema della scienza sta dentro il processo produttivo, dentro le macchine ed è la politica consapevole che deve trovare questa liberazione" e riscattarla. Romanticismo, utopia? "Un trauma ci sarà", ha ammesso in conclusione il filosofo, ma di fronte alla disoccupazione sempre crescente determinata da un certo processo produttivo, è tempo di passare a un nuovo modello che sia fondato "sulla libera attività di ciascuno. La scienza come sapere - quindi l'alleanza tra politica e scienza - deve produrre questa liberazione". Ma, come intuiva Max Weber, “serve il politico”. La centralità del lavoro politico, del beruf nell’accezione weberiana, non solo offre anche alla ricerca, alla scienza e all’intero campo del sapere una direzione per la libertà, ma evita la riduzione dello Stato ad amministrazione, a gestione contabile. Ecco perché la politica può restituire senso al lavoro umano soprattutto se determinato da trasformazioni tecnologiche che vanno ripensate, controllate, e non subite soltanto.