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La maturità ancora senza Invalsi. Così il merito resta fuori dalla scuola

L’emendamento gialloverde favorisce la disparità di giudizio. Anche tra Nord e Sud

08/09/2018
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Corriere della sera

di Gian Antonio Stella

«Nooo! Le crocette nooo!» Ventuno anni dopo il varo della «nuova» maturità (che chiudeva 28 anni di «fase sperimentale») e l’annuncio della introduzione subito contestata d’una prova a quiz, l’esame per valutare il livello generale della scuola italiana resta tabù. Niente test Invalsi, neanche quest’anno. Rinviato. A quando? Boh…

Lo ha deciso, salvo altri dietrofront in aula di grillini o leghisti, un emendamento al «milleproroghe» votato in commissione che, esulta la docente allo «scientifico» di Catanzaro Bianca Laura Granato eletta con il M5S, «farà slittare l’obbligo della partecipazione alle prove Invalsi come requisito per l’ammissione agli Esami di Stato dall’a.s. 2018/19». Per uscire dal burocratese: le prove di matematica, italiano e inglese ci saranno lo stesso, a partire dal 4 marzo, ma sarà tutto facoltativo. Come fosse una specie di sondaggio. Facoltativo, a differenza dei test Invalsi obbligatori per la terza media. Senza alcun peso sulla maturità. E conseguentemente, come è ovvio, senza che lo Stato abbia la possibilità, neppure questa volta, di avere una radiografia dettagliata dei nostri maturandi finalmente oggettiva e non influenzata dalla severità o dalla benevolenza degli insegnanti.

Che la «radiografia» della preparazione dei nostri studenti possa essere «oggettiva» al di là di ogni ragionevole dubbio, ovvio, è escluso. Così come è lecito dubitare che il meglio del meglio a livello planetario in queste valutazioni sia l’Invalsi, cioè l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione. Si può fare di meglio? Certamente. Che ogni genere di valutazione venga respinta da decenni, però, è inaccettabile. Perché appare anche ai meno maliziosi come il rifiuto di misurare, assieme al livello culturale degli studenti, quello delle scuole che frequentano, dei programmi scolastici che seguono e infine dei docenti che debbono prendersene cura.

Ricordate le risse alla fine di ogni anno scolastico? Quando saltò fuori, ad esempio, che la Puglia aveva una quota di geni promossi col massimo dei voti tripla rispetto al Piemonte o al Veneto, quadrupla rispetto al Trentino, quintupla rispetto alla Lombardia? O quando «Tuttoscuola» confrontò la classifica delle province con più «bravissimi» in pagella e quella uscita dal monitoraggio di Invalsi ed emerse che Crotone, prima tra i primi per abbondanza di studenti «centosucento», era 101ª nel ranking più serio cioè quello del livello accertato coi test internazionali? O che nelle hit-parade regionali la Calabria, ultima nei test Invalsi, era prima per studenti valutati dai propri professori come fuoriclasse?

Polemiche a non finire. Con gli studenti, i docenti, gli amministratori pubblici leghisti furenti contro quel sistema che premiava troppo le scuole del Mezzogiorno e faceva apparire quasi come dei somari troppi studenti del Nord cresciuti con professori (magari meridionali: è il contesto che conta) molto più esigenti e severi. Un esempio tra mille? Luca Zaia, furente per il contrasto insanabile tra i riconoscimenti internazionali ai ragazzi veneti e i loro voti («appena un terzo dei 100 e lode della Campania, un quarto della Puglia, la metà della Sicilia e del Lazio») ricordò che «il punteggio della maturità condiziona l’accesso all’università, la graduatoria nei concorsi, le chances di collocamento e la possibilità di accedere alle agevolazioni per il diritto allo studio». E chiuse: «Delle due l’una: o i test non funzionano o c’è qualche lassismo di troppo». Tesi respinta, al Sud, con indignazione: quando mai!

Certo è che una eventuale «certificazione» ufficiale da parte dei test Invalsi di queste differenze abissali tra Nord e Sud avrebbe creato alla coalizione gialloverde qualche problema. Tanto più che i dati sarebbero usciti alla vigilia delle elezioni europee. E che sul tema grillini e leghisti hanno espresso negli anni posizioni diverse. Qua e là diversissime. Al punto che nel «contratto di governo», nel capitolo dedicato alla scuola, non c’è mai la parola «valutazione», mai la parola premi, mai la parola merito. Troppe grane, troppe contraddizioni, meglio lasciar perdere… Basti ricordare anche che nello sterminato «programma scuola» grillino (8.694 parole, poco meno del Manifesto del Partito Comunista) la parola merito è presente quattro volte: due per rifiutare il «bonus merito docenti» come un «sistema di controllo del docente» sottoposto «al continuo ricatto» e due en passant: mai per sottolinearne l’importanza che i più bravi debbano avere la possibilità di eccellere. Quanto al programma elettorale scolastico della Lega, c’è una volta la parola «premiale» (evviva) ma merito, per dirla alla lumbard, «el gh’è no».

Peccato. Perché sulla necessità di una valutazione generale del nostro panorama studentesco attraverso una prova comune a tutti, da Vipiteno a Lampedusa, avevano insistito negli anni, dopo Berlinguer, anche ministri di destra come Letizia Moratti o Mariastella Gelmini nelle leggi da loro firmate nel 2003 e nel 2011. Votate anche dai leghisti. E perché sull’importanza del merito aveva insistito più volte lo stesso Matteo Salvini. Attaccando ad esempio, solo tre anni fa, Matteo Renzi, colpevole di «assunzioni a pioggia, merito zero».

Scrive Giovanni Vinciguerra su «Tuttoscuola», che l’emendamento di ieri, se fosse confermato nel voto finale, sarebbe «un passo indietro: l’egualitarismo totale ha fallito, nella storia e anche nella scuola italiana. Infatti non ha prodotto uguaglianza: la scuolaitaliana, con gli elevatissimi tassi di abbandono, con le drammatiche differenze sul territorio, è estremamente iniqua e non svolge, se non in minimi termini, il ruolo di ascensore sociale».

Quanto alla famosa ostilità per le «crocette» c’è un dato che dice tutto. Le prove di valutazione del P.i.s.a, Programme for International Student Assessment dell’Ocse, sulle quali è appena uscito un libro dell’ideatore Andreas Schleicher dal titolo World Class. Come costruire un sistema scolastico per il XXI secolo, sono fatte con test a crocette. E da 28 che erano all’inizio i Paesi che adottano il programma sono saliti prima a 71 e oggi a 90. Rappresentando l’80% dell’economia mondiale. Tutti matti per le crocette? Ma per favore…