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«La digitalizzazione non basta: le skill del futuro sono umane»

Non ha dubbi Andreas Schleicher, direttore del dipartimento Education dell’Ocse che, tra le varie cose, si occupa di stilare alcuni degli indici di valutazione più importanti al mondo, come il Programme for international student assessment (Pisa).

10/02/2020
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Il Sole 24 Ore

Marta Casadei

«Oggi è diventato molto semplice digitalizzare, automatizzare. I computer possono memorizzare informazioni, risolvere problemi di routine. Ma chi lavora nell’istruzione deve tenere presente una cosa: non dobbiamo educare robot di seconda classe, ma esseri umani di prima classe. E credo che l’impiego sempre maggiore dell’intelligenza artificiale dovrebbe spingerci a coltivare di più il nostro lato umano». Non ha dubbi Andreas Schleicher, direttore del dipartimento Education dell’Ocse che, tra le varie cose, si occupa di stilare alcuni degli indici di valutazione più importanti al mondo, come il Programme for international student assessment (Pisa). A Milano per partecipare alla cerimonia di consegna dei 303 diplomi di dottorato di ricerca all’Università Cattolica, ha tenuto un discorso nel quale ha sottolineato come l’istruzione - specialmente quella universitaria - debba essere proiettata verso il futuro.

La tecnologia è strumento e insieme materia di studio. Ma, soprattutto, motore di cambiamento. Che impatto avrà sull’istruzione sul mondo del lavoro?

Cancellerà delle professioni, certo. E ne creerà di nuove. Ma, soprattutto, le trasformerà profondamente: non sarà più valida la prospettiva di orientarsi verso un certo tipo di lavoro perché è sicuro, perché il cambiamento sarà continuo.

La maggior parte degli studenti di oggi si affaccerà a un mercato del lavoro dai tratti ancora sconosciuti. Alla luce di questo, su cosa deve puntare oggi la formazione?

Su skill trasversali. A fare la differenza sarà una combinazione di capacità cognitive, sociali, emotive. Le abilità più importanti saranno in primis l’immaginazione e la creatività, ma anche la capacità di accettare le ambiguità e viverle, gestire dilemmi e risolvere conflitti: tutti amano vivere nelle certezze e prevedere le cose, ma è sempre meno facile. Terzo, la capacità di tradurre ciò che si è pensato in azione.

Pensa che il mondo dell’istruzione sia pronto per questo?

No, non lo è. E lo si vede guardando le valutazioni Pisa: il mondo nel 2018 era esattamente come nel 2000. Non abbiamo visto un vero miglioramento. L’istruzione è un sistema conservatore, la sfida più grande dunque è adattarsi ai cambiamenti.

Il sistema italiano ha molte peculiarità e diversi limiti. Quali sfide specifiche deve affrontare?

Certamente c’è un problema di risorse investite: il 3,6% del Pil contro una media del 5 per cento. Il denaro, però, è necessario, ma non sufficiente e non credo sia la chiave per cambiare davveroil sistema italiano. Per esempio, le risorse non sono ripartite diversamente tra Nord e Sud, eppure c’è un gap rilevante tra il livello d’istruzione di queste due aree.

Come si potrebbero cambiare le cose?

Con l’investimento nelle persone: negli insegnanti, negli educatori. In Italia ci sono moltissimi insegnanti, ma molti di loro non hanno un supporto adeguato né sul fronte della formazione né su quello dell’avanzamento di carriera.In Cina, per esempio, gli insegnanti impiegano nella ricerca un terzo del tempo che dedicano al lavoro.

S i riferisce alla precarietà dei contratti che spesso influisce sulla continuità nel lavoro?

In parte. La flessibilità, però, non è sempre negativa: assicurarsi che un professore non veda un’unica scuola nel corso della sua carriera, ma faccia esperienze diverse, può essere positivo. In Giappone gli insegnanti cambiano scuola ogni tre anni, per esempio. Ma, soprattutto, passano molto tempo a studiare, a imparare.

Quello tra università e lavoro è uno dei grandi passaggi della vita. Secondo lei l’università italiana fornisce una preparazione adeguata?

Gli studenti si laureano e pensano subito di poter trovare lavoro, ma oggi, dopo un Phd, è fisiologico un periodo di transizione, magaridurante il quale si può fare uno stage. Sul lungo termine, l’università italiana funziona bene. Specialmente per le persone che hanno conseguito un master o un dottorato. Certo, c’è ancora un gap tra mondo accademico e lavoro: non c’è corrispondenza tra le abilità sviluppate all’università e quelle richieste dalle aziende o, comunque, c’è scarso dialogo tra le due realtà.