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La condizione dei precari della ricerca: lettera aperta di ADI a Manfredi

La IX Indagine ADI, dedicata alle condizioni degli assegnisti di ricerca in Italia e presentata lo scorso 16 ottobre al Senato della Repubblica, fotografa una realtà drammatica e da troppi anni dimenticata dalla politica: la condizione dei precari della ricerca

30/10/2020
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ROARS

Segnaliamo la lettera aperta indirizzata dall’ADI al Ministro Manfredi.

Signor Ministro, caro Professore,

La IX Indagine ADI, dedicata alle condizioni degli assegnisti di ricerca in Italia e presentata lo scorso 16 ottobre al Senato della Repubblica, fotografa una realtà drammatica e da troppi anni dimenticata dalla politica: la condizione dei precari della ricerca.

A dieci anni dalla legge 240/2010, i risultati della nostra indagine mostrano quanto l’assegno, vero e proprio paradigma del lavoro precario nella ricerca in Italia, impedisca non solo il raggiungimento di progettualità e stabilità di carriera, ma soprattutto il pieno sviluppo delle aspirazioni individuali, familiari e collettive dei giovani ricercatori nel nostro Paese.
Dalle rilevazioni della nostra indagine emerge con evidenza l’intrinseca intermittenza dello strumento para-contrattuale dell’assegno di ricerca: nel 27% dei casi, alla scadenza dell’assegno o del dottorato segue un periodo di disoccupazione prima del successivo contratto, periodo di gran lunga superiore alla copertura semestrale della DIS-COLL, dimostrando come questo strumento, sebbene necessario, sia ancora del tutto insufficiente dato il quadro che l’indagine delinea.

L’indagine evidenzia, ancora, forti difficoltà degli assegnisti nella pianificazione familiare. In particolare la loro precarietà e bassa remunerazione conduce a difficoltà nell’ottenimento di forme di finanziamento. Gli intervistati dichiarano di avere in media 34 anni: solo il 36% di loro riesce ad aver accesso a mutui; il 32% a rateizzazioni per l’acquisto di beni. Inoltre, l’incertezza del rinnovo annuale dell’assegno porta a sospendere progetti di genitorialità per il 67% dei rispondenti, rispetto al 92% che riporta di volere figli, per timore di ripercussioni sulla propria carriera e in attesa di condizioni di vita meno precarie.

E così, al termine di un lungo e intermittente percorso, fatto di incertezze e timori, ADI stima che solo il 6,3% degli assegnisti (dati Cineca) riesca a raggiungere una posizione con tenure quale il contratto da RTD-B. Il restante 93,7%, sarà irrimediabilmente espulso dall’accademia. Questa circostanza certo non è dovuta alla non necessarietà della loro prestazione all’interno di università o enti di ricerca — al contrario, indispensabile a garantire il regolare funzionamento dei corsi di laurea, a sostenere didattica e progetti di ricerca — ma per le strutturali condizioni di sottofinanziamento del sistema universitario e di precarietà del sistema di reclutamento dopo l’implementazione della L. 240/2010.

Per di più, vi è grande differenza nell’intermittenza dell’assegno e quindi, a monte, nella distribuzione delle risorse, a seconda delle aree CUN: gli assegni per la ricerca di base non attirano finanziamenti dagli enti esterni, così come i fondi destinati alla ricerca applicata cui i privati sono maggiormente interessati. Si determina così una sperequazione eliminabile solo attraverso stanziamenti strutturali da includere nel Fondo di Finanziamento Ordinario che andrebbero distribuiti più equamente alle aree di ricerca e agli atenei, in maniera tale da superare le logiche premiali che tanto hanno alimentato il divario territoriale nord-sud. Infatti, in parallelo con la distribuzione delle risorse nel nostro paese, anche a livello territoriale la differenza è elevata, con una percentuale di intermittenza che arriva all 35% al sud e nelle isole.

I numeri che abbiamo fin qui rilevato sono certamente a Lei noti, data la sua esperienza di professore ordinario, Rettore, presidente della CRUI e poi Ministro. Questi numeri rappresentano lavoratori, ricercatori sospesi tra un contratto e l’altro, con progetti familiari rimandati a data da destinarsi per la intrinseca instabilità della loro posizione. Questi numeri rappresentano aspettative infrante e un impegno fatto di anni in didattica e ricerca mal pagato, assai più oneroso in ore rispetto ai contratti.

Oggi più che mai sono necessarie risposte da parte del decisore politico per sanare una situazione che affligge tutto il sistema: la ricerca e la formazione superiore nel nostro Paese non possono continuare a reggersi su lavoratori che continuano a offrire il proprio alto contributo al sistema cumulando, in una vera e propria “economia della promessa”, borse e assegni senza conoscere il giorno in cui potranno costruire progetti di vita, perché contrattualizzati stabilmente.
Le criticità messe in luce dall’indagine possono essere fronteggiate e superate solo attraverso un duplice intervento, normativo e di bilancio.
Sul piano normativo la proposta di ADI, tradotta nel cd. ddl Verducci giacente presso il Senato della Repubblica, prevede l’eliminazione dell’assegno di ricerca, da sostituire con un contratto senza tenure track della durata massima compresa fra 1 e 2 anni finalizzato esclusivamente all’attivazione di specifici progetti di ricerca; l’eliminazione del binomio RTD-A/RTD-B da sostituire con un contratto unico della durata di 5 o 6 anni ripartito in un triennio da ricercatore junior (prevalentemente dedicato alla ricerca) e, previa valutazione positiva, un biennio o triennio da ricercatore senior (avviato anche alla didattica); la conservazione della tenure track al termine del periodo senior; una disciplina transitoria in grado di contemperare le esigenze di stabilizzazione degli assegnisti con almeno tre anni di assegno e dei ricercatori di tipo A almeno al terzo anno di contratto, con la necessità di evitare la saturazione del sistema che bloccherebbe per lungo tempo l’accesso dei più giovani.
Tale ultima necessità può essere assicurata solo per tramite di un massiccio piano di investimenti in ricerca e, in particolare, nel reclutamento di base. A tal proposito le risorse del piano Next Generation EU rappresentano un’occasione storica per invertire la rotta rispetto al de-finanziamento della ricerca; per garantire ai ricercatori la fine del precariato, uniformità dei diritti e dignità del lavoro; per espandere il sistema universitario e il contributo in termini di sviluppo materiale, sociale, economico che questo può portare al Paese. Queste tuttavia dovranno necessariamente essere affiancate a un rifinanziamento ordinato e strutturale dell’intero sistema, che guardi al lungo periodo.

Signor Ministro, caro Professore,
in occasione dell’invito che Le abbiamo rivolto a partecipare alla presentazione dell’indagine, pur dovendo Lei declinare per ragioni istituzionali, ha manifestato l’importanza del nostro lavoro di studio, monitoraggio e proposta riguardante la condizione dei precari della ricerca tutti.
Per questo e per le Sue recenti esternazioni pubbliche tese ad un Suo impegno per il superamento del precariato, La invitiamo a rispondere pubblicamente, illustrando le specifiche iniziative che il Suo Ministero metterà in campo e, su queste, a confrontarsi con noi: ADI non solo osserva le condizioni materiali dei precari della ricerca, ma soprattutto ne rappresenta i bisogni e le aspettative.
Le persone – che sempre debbono restare l’obiettivo dell’azione politica – meritano di essere rappresentate nel processo decisionale affinché nessuna riforma torni ad abbattersi sulle loro vite al di fuori di un autentico processo democratico e partecipativo, come accadeva dieci anni fa.

ADI – Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia