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L’Università vada a lezione

I cambiamenti necessari alla ripartenza

31/07/2020
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la Repubblica

CArlo Galli

Dalla progettazione delle linee fondamentali di rinascita del Paese non può mancare il potenziamento dell’Università. Si dovranno evitare due rischi che oggi si corrono: l’università-parcheggio, nella quale si vivacchia senza prospettive, e l’università-officina, esclusivamente dedicata a produrre figure utili a un certo ambito economico. La seconda prospettiva è migliore della prima, ma resta asfittica. All’Università un Paese avanzato deve chiedere, in realtà, di essere il lievito scientifico e culturale della società, che la fa crescere e maturare.

La funzione dell’Università è complessa: da un lato è di elaborare sapere avanzato, innovativo, dall’altra è di fare da volano allo sviluppo economico e tecnico. Accanto a ciò, l’Università ha il compito di portare ai giovani quel sapere, e di preparare le nuove generazioni di docenti. Mentre la sua “terza missione” è, oggi, la divulgazione di alcuni saperi alla società.

Nel nostro tempo quella funzione ha un nome: produzione e trasmissione di capacità critica. Tanto nelle aree scientifiche e tecniche quanto in quelle umanistico-sociali l’Università deve elaborare un sapere non passivo, nozionistico, ma un sapere dinamico, che ha consapevolezza delle proprie radici e che è in grado di aprirsi a bisogni economici e civili nuovi. È quindi necessario che si formi una triangolazione positiva fra politica, economia, e la stessa università: tanto la furbizia corporativa quanto i controlli burocratici esasperanti quanto la strumentalizzazione tecnocratica dei saperi dovranno essere combattuti.

A questo fine, è necessaria una forte sprovincializzazione del nostro sistema universitario, e una internazionalizzazione più spinta di quella che, in modo diseguale, è oggi in atto. Le università italiane non devono solo vedere partire i propri laureati per l’estero, spesso per necessità: devono anche vedere giovani stranieri che vogliono entrare nel nostro sistema, per studiare, per insegnare, per ricercare.

Va poi superata l’idea che le Università debbano farsi concorrenza fra di loro. Il principio della concorrenza fra strutture pubbliche è fonte di distorsioni: ad esempio, gli Atenei del Sud invece che abbassare le tasse per trattenere gli studenti dovrebbero offrire didattica e ricerca di migliore qualità. Si deve puntare a una ragionevole omogeneità, non alla formazione di isole d’eccellenza in un mare di mediocrità.

La vera concorrenza è quella internazionale, dove possiamo ottenere risultati superiori a quelli di oggi (tra l’altro, fondati su parametri che ci penalizzano), purché si guardi al sistema universitario con un approccio qualitativo e non solo quantitativo — ciò che conta non è solo il numero dei laureati, ma che cosa hanno studiato, e in quali condizioni strutturali e relazionali (da qui l’esigenza di rifiutare la teledidattica come ipotesi permanente).

Certo, la qualità richiede imponenti investimenti economici (pubblici e privati): che finora sono stati insufficienti. Ed esige che l’Università creda in se stessa e sia protagonista della ridefinizione della propria funzione; che non sia, come è stata, oggetto passivo di riforme pseudo-efficientistiche ma in verità centralistico-burocratiche; e che al tempo stesso bilanci la propria inalienabile autonomia con una nuova responsabilità nazionale.

Nella pratica, mille problemi urgono: il modello cosiddetto 3 +2 da ridefinire; i dottorati da riformare; il reclutamento dei docenti da ripensare; l’edilizia da incrementare; il diritto allo studio da garantire; laboratori e biblioteche da portare all’altezza dei migliori standard internazionali; le iscrizioni degli studenti ai corsi da programmare, almeno parzialmente; la valutazione del sistema da rendere meno fiscale e farraginosa di quella attuale; e molto altro si potrebbe aggiungere.

Ma prima di tutto è necessario che l’Università divenga una questione strategica per il Paese. Per uscire dalla stanca indifferenza e dall’indistinzione di cui ha parlato Ezio Mauro, un buon test sarebbe sfidare le forze politiche a presentare programmi non generici sull’Università. Per vederne e discuterne le differenze culturali e di prospettiva. Se ci sono.