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L'Unità - Lo Show del Premier

Lo Show del Premier da l'Unità del 28/12/2001 di Nicola Tranfaglia Sarebbe un errore politico assai grave per l'opposizione concentrare la sua attenzione e le sue campagne soltanto sul confl...

29/12/2001
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l'Unità

Lo Show del Premier

da l'Unità del 28/12/2001

di Nicola Tranfaglia Sarebbe un errore politico assai grave per l'opposizione concentrare la sua attenzione e le sue campagne soltanto sul conflitto di interessi da cui sono afflitti il premier e alcuni suoi ministri e sottosegretari, sulle leggi salvaladri e salvacapitali illegali già approvate in questi sei mesi e sottovalutare il disegno complessivo del centro-destra, ormai chiaro dopo l'approvazione della Finanziaria e la trionfale conferenza stampa di fine anno del Cavaliere.
Era abbastanza scontato che la vittoria della Casa delle libertà generasse nei primi mesi il varo affannoso di norme in grado di mettere al sicuro alcuni risultati cari a Berlusconi e ai suoi luogotenenti e clienti. Chi potrà dimenticare l'esibizione televisiva dell'on. Dell'Utri e di altri compagni di cordata che dichiararono con chiarezza di candidarsi per sfuggire a possibili guai processuali?
Sarà necessario, a cominciare dalla legge sulle rogatorie, battersi a fondo per il referendum abrogativo e bisognerà opporsi con tutti i mezzi alla revisione costituzionale prospettata al solo scopo di subordinare ad essa l'adesione del nostro paese al mandato di cattura europeo. Ma, se ci fermassimo a queste battaglie, pur indispensabili, rischieremmo di vedere l'albero e non la foresta che ci si para davanti.
Ormai è chiaro che Berlusconi intende promuovere in questa legislatura e nelle successive, se resterà al potere, una riforma generale della società per realizzare un modello che potremmo definire americano (in senso continentale: in parte vicino agli Stati Uniti, in parte all'America Latina) segnato da forti contraddizioni interne. Espresso in termini sintetici, il modello è quello di una società basata sulla sostituzione del privato al pubblico in tutte le maggiori istituzioni (dai rapporti economici alla scuola, all'Università, al servizio sanitario, a tutti i servizi pubblici) ma con il dominio, da parte dell'esecutivo, di strumenti arbitrari per tenere a bada facilmente l'opposizione. La riforma fiscale dell'on. Tremonti si propone per conseguire un simile obbiettivo, di procedere a una detassazione che favorirà economicamente i redditi alti e altissimi, non modificherà in maniera rilevante i redditi medi e bassi e, in compenso, renderà necessario lo smantellamento di ampie quote del servizio sanitario e il licenziamento di almeno mezzo milione di dipendenti pubblici, come ha già ricordato Laura Pennacchi su questo giornale.
Ma questo avverrebbe in aperto contrasto con quello che fanno i principali Stati dell'occidente, inclusi gli Stati Uniti e cui dice di guardare il presidente del Consiglio. Si abbandona, con queste misure, il piano di omogeneizzazione degli apparati pubblici a livello europeo per l'esigenza di integrazione dei paesi e per la volontà di assicurare servizi simili a tutti i cittadini europei.
Conseguenza inevitabile di un piano complessivo come quello che emerge dalla Finanziaria appena approvata è la delineazione di una società che regola ogni cosa in base al danaro e alla disuguaglianza delle opportunità come delle condizioni di vita. Così nella formazione dalla scuola all'università, andrà avanti chi è in grado di pagare i servizi che scuola e università pubblica non saranno più in grado di erogare e che saranno disponibili, invece, nelle istituzioni omologhe affidate ai privati. Ma questo è in netto contrasto con la linea che si è affermata in tutto l'Occidente e che chiede un numero maggiore di laureati e un livello più alto di istruzione per tutti, obbiettivo che risponde peraltro alle esigenze delle imprese sempre più legate ai servizi e alle industrie tecnologicamente complesse.
Ci troveremmo con questa politica a costruire una società ibrida che imita gli Stati Uniti per l'esaltazione del privato e della disuguaglianza attraverso il danaro ma che, nello stesso tempo, non dispone della grande tradizione di libertà e di democrazia che contraddistingue quel paese e volge verso un regime plebiscitario simile a quello di alcune dittature dell'America centro-meridionale.
Per realizzare questa società, in effetti, è necessario disporre del controllo pieno dei mezzi di comunicazione e modificare il mercato del lavoro nella direzione di una flessibilità piena, di un'abrogazione sostanziale dello Statuto dei lavoratori, di una frammentazione sempre più forte del movimento sindacale. E inoltre di neutralizzare, attraverso la riforma del Csm e la separazione delle funzioni, i magistrati dissenzienti. Alla fine sarà indispensabile procedere a una revisione profonda della nostra Costituzione.
Ebbene, bisogna dire che il Cavaliere si sta già muovendo in maniera coerente in questa direzione. I mezzi di comunicazione di massa sono per il novanta per cento normalizzati e soprattutto i telegiornali, seguiti dalla grandissima maggioranza degli italiani, nei prossimi mesi con l'imminente cambiamento del Consiglio di Amministrazione della Rai, diventeranno un coro ancora di più uniforme di difesa dell'esecutivo, di omissione degli eventi sgradevoli, di definitiva tacitazione di tutte le voci che non aderiscano alla prospettiva della Casa delle libertà. E qui si dimentica il modello statunitense di libertà di espressione che vede giornali e televisioni attente a mantenere la propria autonomia e a vigilare sul potere a favore di quello sud-americano dove i mass media sono assai più legati al potere politico e subalterni ad esso.
Quanto al mercato del lavoro, la divisione del movimento sindacale è almeno in parte raggiunta e la limitazione dell'art. 18 appare in via di attuazione. Sulla giustizia, il ministro Castelli prosegue a sua volta un'offensiva che si tradurrà assai presto in leggi capaci di normalizzare adeguatamente il potere giudiziario. Resta il problema di modificare la Costituzione. A livello parlamentare il governo è in grado di attuarla, se vorrà, con l'uso dell'art. 138 della Costituzione, già usato a fine legislatura dal centro-sinistra per la quinta parte della Costituzione.
C'è la possibilità del referendum ma anche per questo il dominio completo, o quasi dei mass media è un'arma di cui Berlusconi non può fare a meno. È consapevole l'opposizione del pericolo di una rapida fuoriuscita dal quadro democratico e di un autoritarismo legato al presidenzialismo all'americana e al ripristino di una proporzionale che consegni al presidente-capo del governo forze politiche divise e senza poteri?
E della conseguente necessità di ostacolare a fondo, in parlamento e nella società, l'attuazione di un simile disegno?