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L’orgoglio e l’autostima (perdute) del professore universitario

Nei giorni scorsi, su Facebook, molti ex studenti hanno giustamente e orgogliosamente ricordato con post e foto la ricorrenza della incredibile assemblea anti-Gelmini tenutasi a Pisa l’8 ottobre di dodici anni fa

22/10/2020
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ROARS

In questo ricordo biografico di un momento topico di un passato ancor recente, in occasione del quale l’Università italiana nel suo complesso non seppe mostrare la capacità di unirsi fino in fondo per opporsi a quello che sarebbe seguito all’approvazione della riforma Gelmini, Tommaso Greco svolge considerazioni sulle quali tutti i professori universitari dovrebbero svolgere una riflessione nella propria coscienza. Da chi nell’Università è entrato con i vecchi concorsi nazionali, a chi lo ha fatto con i concorsi locali della riforma Berlinguer, fino a chi, nonostante tutto, lo ha fatto o prova a farlo con il sistema che la legge Gelmini ci ha lasciato in eredità. Buona lettura.


TOmmaso Greco

Nei giorni scorsi, su Facebook, molti ex studenti hanno giustamente e orgogliosamente ricordato con post e foto la ricorrenza della incredibile assemblea anti-Gelmini tenutasi a Pisa l’8 ottobre di dodici anni fa (dodici e non dieci: d’altra parte, perché devono essere celebrati solo i decennali?). L’assemblea era stata convocata nell’aula magna del Polo Carmignani (la più grande dell’ateneo pisano: capienza 330 posti) ma l’enorme partecipazione consigliò di spostarsi nella vicina Piazza dei Cavalieri, dove si riunirono più di cinquemila tra studenti e docenti.

La manifestazione fu l’esito di una mobilitazione che durava da mesi contro il ddl Gelmini, e aveva alle spalle le proteste contro il decreto Tremonti (il cosiddetto “decreto affossa-università”). Ma fu purtroppo solo un episodio esaltante di una battaglia, che fu persa soprattutto per responsabilità dei docenti. Nonostante i timori assai diffusi un po’ ovunque, anche in questa occasione essi furono maestri nel passare dal “non la faranno mai, una riforma come questa” all’“ormai non si può fare più niente, e quindi è inutile protestare”. Le cose poi andarono come andarono e ci siamo ritrovati una Università sui cui mali ognuno oggi versa le sue lacrime, più o meno innocenti.

Sulle ragioni per le quali i docenti fanno così tanta fatica a prendere le difese del sistema universitario, e quindi anche della loro categoria, non è il caso di soffermarsi troppo. Se ne è scritto più volte, e naturalmente ognuno avanza la sua spiegazione: eccessiva abitudine al privilegio, convinzione di essere intoccabili, egoismo (o al contrario, incapacità di vedere davvero i propri interessi), corporativismo, pavidità, eccetera eccetera. A me piace aggiungere che se ci fosse un po’ più di orgoglio e di autostima forse tante cose, piccole e grandi, non passerebbero così facilmente, come invece sono passate e continuano a passare. La considerazione può risultare strana, e in effetti la reazione naturale è quella di una mia amica che si stupisce di sentir dire che i docenti universitari hanno poca autostima. Ma io invece non riesco a trovare una spiegazione più convincente: se avessimo piena consapevolezza del ruolo che rivestiamo, se possedessimo quello spirito che weberianamente dovrebbe appartenere ad ogni categoria, difficilmente accetteremmo alcune delle cose che succedono nei nostri dipartimenti.

La situazione tra l’altro si è aggravata proprio a causa della legge che avremmo dovuto contrastare. Per capire cosa è successo da allora in poi sarebbe utile rileggere il Capitolo IV del Principe e analizzare il passaggio dalla situazione che Machiavelli descrive a proposito della Francia a quella che egli ritiene tipica della Turchia: perché a ben vedere siamo proprio passati da un sistema che era fondato sulla presenza di un Principe e di Baroni, pronti a difendere il loro grado, a un sistema che si governa invece «per un Principe, e tutti gli altri servi, i quali come ministri per grazia e concessione sua aiutano governare quel Regno».

Ricordo che in quella assemblea dell’8 ottobre 2008 intervenni per dire che se l’Università — e principalmente i suoi docenti — non si decideva(no) a fare letteralmente come i camionisti (che in quel periodo erano in agitazione, e si facevano sentire), mettendosi di traverso, non avremmo vinto quella battaglia. Proposi di bloccare le lauree, forse l’unico strumento possibile per far sentire davvero la nostra voce, creando tra l’altro molto meno disagio rispetto ad altre misure, ma facendo molto più rumore. Le risposte che ricevetti sono facilmente immaginabili: “non possiamo fare una cosa tanto grave”; “sicuramente verremmo precettati, e dunque a cosa servirebbe”, “non si può venir meno a un servizio pubblico essenziale”…

Come se certe battaglie vitali che servono al bene comune non dovessero passare, in occasioni particolari, anche dalla capacità di fare un po’ di resistenza civile, che ahinoi significa talvolta saper stare sul confine della legge (non necessariamente contro la legge). Se avessimo minacciato di far saltare le lauree — e bastava lo facessero i docenti delle facoltà di giurisprudenza, con l’appello di ottobre alle porte, appello fondamentale per chi allora doveva iscriversi all’albo degli avvocati — forse il governo si sarebbe seduto ad un tavolo e avrebbe cominciato a discutere. E invece nulla. Le cose andarono in un altro modo e la conclusione fu quella che sappiamo.

Di quella giornata, e di quella battaglia (persa) rimane dunque una grande lezione: se i docenti non si faranno carico di difendere l’Università rischiando qualcosina in proprio, oggi come ieri, l’Università ne uscirà sempre sconfitta.


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