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L’omertà sui contagi peggio della pandemia

La scuola è un diritto fondamentale e il suo funzionamento in presenza va tutelato, ma in un tale situazione di emergenza sarebbe utile conoscere i numeri dei contagi e gestire con trasparenza

28/10/2020
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il manifesto

Giuseppe Caliceti

Sono da sempre a favore della scuola in presenza. Fortemente. Come lo sono governo, sindacati, ministero dell’istruzione, genitori degli studenti e studenti. Perché ritengo la DaD – Didattica a Distanza – o, come si chiama ora, la DiD – Didattica Integrata Digitale – non scuola, specie per la scuola dell’obbligo, o comunque un palliativo della scuola vera.
Ma prima di tutto ritengo, come tutti, che venga la salute e la sicurezza. E mi piacerebbe sapere, come a tanti italiani, quanti studenti e quanti docenti sono Covid positivi.
Sulla questione, invece, regna oggi una certa omertà.

Perché? Si borbotta che non se ne parla per questione di privacy. O per non creare inutile allarme sociale. Così i numeri esatti mancano: nessun giornale o tv li riporta. Eppure si sa che casi positivi ci sono. Non solo: in nome di quell’autonomia scolastica che con gli anni è diventata sempre più sinonimo di anarchia, pare che anche le unità sanitarie locali siano in preda a una certa anarchia.

In alcune classi e istituti della scuola dell’obbligo, con un solo caso di alunno con tampone positivo, si proceda al tampone per tutti i docenti e gli alunni della classe o della scuola. In altri casi, dove ci sono anche due o più studenti con tampone positivo, la classe e la scuola continuano ad andare in presenza tranquillamente, nella stessa aula, magari con solo qualche raccomandazione in più: non togliersi mai la mascherina, lavarsi più spesso le mani, aprire con più frequenza le finestre. Perché?

Il documento del 28 agosto sugli scenari più frequenti di casi e focolai a scuola, afferma come «in caso di alunno o operatore scolastico risulti positivo chiudere le aree utilizzate dalla persone positiva fino al completamento della sanificazione». Dunque?

Prendiamo un alunno che ha la febbre e i genitori gli fanno fare il tampone e risulta positivo: oggi, a quasi due mesi dall’inizio della scuola, c’è chi dice altro: «Se l’alunno è a casa da scuola da più di 48 ore, non c’è alcun pericolo per nessuno e l’attività didattica, per il resto della classe, va avanti in presenza».

Ora, visto che in queste settimane in Italia nessun tampone viene fatto agli studenti entro 48 ore dall’insorgere della febbre, ma dopo 3 o più giorni, è impossibile sanificare e fare il tampone agli alunni di qualsiasi classe italiana.
Però alcuni lo fanno ugualmente.

Quindi, quale sarebbe il criterio che si sta adottando? Si va a caso? Possibile che per mettere in sicurezza una classe o una scuola basti che l’unità sanitaria locale ritardi il tampone di uno studente di qualche giorno per sentirsi tutti tranquilli? Non è strano e poco serio?

Forse governo, presidi, docenti Covid, provveditori, Miur, Azzolina, uffici regionali e sindacati della scuola, piuttosto che produrre quantità industriali di regolamenti e protocolli, potrebbero essere più chiari? A volte questa omertà e poca chiarezza creano più allarme sociale tra le famiglie e il corpo docente che un po’ di più di trasparenza e chiarezza.